martedì 1 maggio 2018

cinquecentotrentacinque

la gioia di rimanere con chi generato si ama  non ti è padrone ma caduca la servitù del pragmatico il sentimento vero tua dimora incessante divorata dall'edonico rincorri l'infelicità galoppa con Mercurio protettore di ladri commercianti sciagurato si contraddistingue nel tuo continuo imo crollo della nobiltà; e avviene, poi raggiunge per inclinazione i viali sono pieni di donne rispettabili di poco conto

giovedì 26 aprile 2018

cinquecentotrentaquattro

La giovane donna ha un voce leggera, usa parole rispettose per poter comunicare: a volte scurrili; si sente che lo fa per convenzione, non le piace, non le viene bene. I due ragazzi seduti con lei ribattono a monosillabe. Lei sorride, ribadisce tranquilla, risorride a uno dei due che pare contrariato. Altre parole di lei ai i due ragazzi: annoiati distratti annuiscono; uno dei due con l'espressione contrariata si alza dal tavolo, se ne va. Lei sorride, pensa se ne sia andato per chissà cosa: fa una smorfia. Parla al tipo col cellulare in mano che è rimasto a sedere disinteressato, il quale pare essere il suo ragazzo. Lei si alza, guarda in direzione dell'uscita. Mostra sotto la giacca mimetica una meravigliosa pancia. Il viso è luminoso, come il volto di una donna in un quadro fiammingo. Il suo ragazzo alza lo sguardo per osservarle il volto e cosa ha in mente di fare: lo riabbassa sul display luminoso; allunga la mano, afferra il bicchiere, palmo polpastrelli sulle scanalature cubetti di ghiaccio due sotto due sopra rabbrividiscono tintinnano, l'onda superalcolica fluttua. Vetro vs labbra, in un sorso ingolla il wiskey: si alza la segue all'uscita. L'altra sera rivedo la ragazza: non ha la pancia. Se ha partorito ammesso che fosse incinta il figlio è a casa da sua madre e suo padre che tengono il nipote mentre lei esce. Non so. Del resto è così giovane che aspettarsi che partorisca, sebbene ne abbia l'età è come augurarle il male per tutta la vita. Sorrideva non mi pareva fosse preoccupata, da vivere una vicenda simile come mi è venuta in mente di descrivere. Forse ho interpretato male ciò che ho visto quella sera e forse la ragazza è e sarà ragazza per gran parte della sua vita come sistema impone: l'estinzione umana ragionevole.         

cinquecentotrentatre

Justin Junkie lo incrocio sempre in occasioni di finto stallo, cioè: sulla scacchiera Justin è sempre in un luogo, mai per caso, o forse si, comunque per comprare del fumo da qualcuno che deve arrivare. Lo so, manco glielo chiedo che ci fà li. Io la Torre lui il Cavallo. E parliamo di altro. Non ci vediamo mai: non importa, è come se fossimo sempre legati da un nastro TDK 120 e sopra incisi pezzi musicali degli anni 80 / 90 tra un brano e l'altro le nostre vicende personali gli chiederei come và " di nuovo c'è la vasta povertà che vedo il degrado morale " chioserebbe Justin, sempre con l'espressione  da fankazzista serio di chi la vita l'ha inquadrata da un pezzo e da quel quadro non si è mai mosso tranne per qualche giro sulla cornice con i boots della dott.Marteens una canna in bocca per vedere come si fa dentro quel quadro borghese affascinante ma sterile a vivere normalmente, ma poi ha concluso: non ne vale la pena di prodigarsi per alcunchè; fondamentalmente un punk fuck off  che non riesce nonostante sia passato del tempo, ad uscire dal proprio personaggio, nemmeno ha mai voluto; se lo vedi non implode non ne dà impressione non vacilla di esagerazione è liscio e modesto come la varechina in una bottiglia in frigo; in ogni caso ci mettiamo a parlare. Justin è della vecchia guardia non un uomo non un ragazzo, siamo della generazione che fu: cinquantenni pericolosi che non capiscono come si faccia a vivere in questo modo da sfigati l'indignazione un moloch col sudario di pensieri difficili da rimuovere con le bombe si rimette tutto a soqquadro nell'ordine che Dio vuole. Ma Justin ha lasciato perdere un po' queste faccende legate alla rivoluzione, del sesso ne ha fin sopra i capelli: mi racconta che ha appena finito di fare una terapia di chemio, non ha metastasi, i dottori gli hanno detto di continuare a fare la solita di vita. Non gli faccio notare che la solita vita per Justin non è la solita vita che i dottori intendono: onestamente non berrei nè birra nemmeno fumerei. Tanto più che è stato operato allo stomaco.  Ma onestamente tu lo vedi Justin fare un'altra vità ? In ogni caso non è depresso, ha la solita verve di chi guarda la vita, propria e quella degli altri, con interesse dinamico su cui ricamarci e integrare con fatti nuovi. Non riesco a star fermo mentre mi racconta delle sue vicessitudini, ne sono disturbato; pensare che Justin le abbia vissute mi trascina vicino al baratro dell'inconsistenza, mi fa crollare quell'incanto che nutro per tutti coloro che mi sono amici cui sono amico o hanno un posto nel mio cuore di narratore per vicende che se scrivo riporto e divengono immortali. Mi alzo, mi risiedo, prendo da bere, mangio uno stuzzichino, guardo Justin seduto da più prospettive mi accorgo non è drammatico, oggettivamente non drammatico: tranquillo, realista, non cerca commiserazione pare essere il giornale della sua vita: distaccato con forza necessaria; lo trovo saggio. Non so se vi sia nascosta la disperazione nei confronti dell'ineluttabilità,  la quale travestita crea morale, riduce ai minimi termini il mistero divino: la vita è dono, mentre l'uomo vuole essere divino. Non ricordo come sia finita, ricordo di essermi alzato mentre Justin beveva una birra, leggeva ad alta voce il giornale commentando: mi ha guardato, l'ho salutato, dico " alla prossima " mi risponde " alla prossima vecchio !".           

cinquecentotrentadue

Entro nel bar di montagna color caramella, la rivendita di tabacchi all'angolo, la macchina del caffè color acciaio non visibile alla prima occhiata; la ragazza giovane col sorriso professionale non troppo distante, nè ossequioso, mi fissa: le chiedo un caffè. Mi volto, sul muro un quadro rettangolare che non è un quadro ma finestra all'interno di stipiti bianchi che scambio cornici svetta in un paesaggio brullo, acquiescente, invernale, inquietante, magnifico: la vetta nera della montagna. Mi avvicino per rendermi conto di quello che al primo momento pareva illusione ottica. Il caffè è pronto, lo sorseggio, riguardo quello che pareva un'illusione ottica poi mi volto in direzione della porta d'entrata: di fianco due donne sedute su due seggiole dialogano. Una con gli occhiali il viso grossolano leggermente paffuto è vestita dalla domenica; la seconda, braccia conserte ha una parrucca le calze rigate da Pippi calzelunghe, gonna corta i seni gonfi innaturali le zeppe ai piedi col tacco, lacci alla caviglia le gambe accavallate la barba accennata, i tratti di un uomo maturo con le pieghe che gli scavano gli zigomi in viso. Di quei normotipi che guidano il trattore se fai un giro per la campagna. Lo osservo meglio per capire: la parrucca è color tiziano la barba d'un giorno è bianca: non lo guardo più. Il tipo s'accorge d'essere osservato, non vorrei pensasse che lo corteggio. Fare del gerontosesso con un transessuale non è una mia ambizione. Poggio la tazzina sul piattino: tinc. Pago. Bla bla bla, le due donne conversano, sveltamente esco dal bar. S'è fatta sera.      

martedì 20 febbraio 2018

cinquecentotrentuno

La ragazza bionda ossigenata col maglione nero siede al tavolo, la ragazza nera dal maglione rosso cadmio di fronte, col cellulare in mano tra un sorriso e l'altro digita commenta. La nera col maglione rosso cadmio si volta mi guarda. Porta gli occhiali da vista con la montatura in argento, sorseggia da un flut del succo di frutta; immagino sia il Bellini: un drink succo di frutta / vino frizzante. La bionda col maglione nero sorseggia da un bicchiere della birra alla spina. A tratti sfodera delle mani bianche magre con le unghie intonate al colore del maglione rosso cadmio della ragazza nera. La ragazza bionda nel volto candido muove le labbra col rossetto rosso cadmio, stessa tinta delle unghie nelle mani, sfoggia dall'arcata dentale denti bianchi: perfetti e diabolici. Bella ma non affascinante. Ha un timbro freddo, la voce la distacca dal mondo degli uomini. La ragazza nera col maglione cadmio che pare fatto a uncinetto, ha i capelli crespi raccolti a chignon. Il barista le porta via il flut vuoto gliene serve un altro; scopro che non sorseggia nel flut un Bellini, col vino frizzante e succo di frutta, ma della wodka e succo di frutta. La ragazza bionda col maglione nero si alza va al banco ordina un'altra birra alla spina. Non è alta, due gambe ben tornite un fondo schiena da donna del centro Italia, pare che però di queste qualità che non sono da perfezione femminile, non ne sia angosciata mentre torna a sedere con leggera e candida sensualità. La ragazza nera col maglione cadmio ha due perle ai lobi delle orecchie. Il contrasto in me, pare sia evidente: l'esterno richiama l'interno forse per questo che nello sguardo le raccolgo un chè di ancestrale intelligente. La donna alticcia in fondo al bar ordina un calice di vino rosso due panini. Il gay di mezza età si alza se ne và dopo essersi infilato la berretta. Il ragazzo con un accenno di barba alla moda dei rapper nordafricani si ferma al bancone. La bionda la nera continuano a conversare e a digitare il cellulare, si zittiscono per parecchi minuti, scarabocchio degli appunti, le sento conversare di nuovo. Sto scrivendo della loro amabile amicizia.               


domenica 11 febbraio 2018

cinquecentotrenta

Il bar in cui vado di solito è per ora l'unico in sintonia col mio essere. Siedo scrivo leggo sparpaglio le cose, nessuno fa caso a me a quello che faccio; qualche amico mi vede nella curiosità dello sguardo si risponde che sono eccentrico forse folle. Negli altri tavoli vi è chi legge chi chiacchiera chi prende un te col cane al guinzaglio sdraiato sul pavimento chi è assorto nell'ascolto della musica in cuffiette chi dal display sullo smart phone. Sarà chè al bar ci sono allo stesso tempo due entrate che fungono a due relative uscite e per questa ragione evocano in me la vita al suo nascere nel suo divenire nel suo scomparire tipico della dinamica umana, chissà; in ogni caso sono portato a pensare d'essere in una sorta di non luogo denso di movimento che diviene centrale fluido controverso di libertà anonimato protagonismo di palcoscenico fenomenale quando si sviluppa trama che raccolgo imbastisco modello. Poi c'è questa ragazza oggi qui seduta al tavolo di fianco con gli amici; guarda e commenta immagini sul display del telefono fa finta di niente mi osserva di sottecchi, distoglie lo sguardo se sono intento a scrivere, mi riguarda di nuovo lo ritoglie come dirmi: c'è posto anche per me in quello che scrivi ? 

mercoledì 7 febbraio 2018

cinquecentoventinove

Mi alzo per andarmene tunz tunz tunz alla radio il rullare di batteria Rock n' Roll dei Led Zeppelin, è vecchia come il cucco per 3:41 secondi raccolgo le mie cose sparpagliate sul tavolo indosso il giubbotto il cappello la sciarpetta cerco chissà chè mi ritrovo in mano le chiavi rimango sbigottito le rimetto in tasca e vivo tutto rigorosamente al rallenty qualcosa mi fuoriesce dalla favella atterra sulle labbra ....been a long lonely, lonely, lonely, lonely time. Yes it has. ...tunz tunz tunz tunz