lunedì 24 giugno 2019

cinquecentoquarantatrè

L'incontrollabile si è paventato audace demone. Mi ritiro nel deserto coperte per la notte blu, non mi pare notte. Bensì un lungo elogio alla mia pazienza. Di questo subbuglio tra corpi intenzioni con cui non devo irritarmi. Il solito refrain. Mi educo alla non violenza per finire questo mio destino di cui ho rispetto il quale non mi rispetta. Dunque mi copro mi educo mi preparo, la fine di chi desidera la mia fine. Scavo la vasca morbida. Da inumare cadaveri morali, la triste parsimonia del bene    

martedì 26 febbraio 2019

cinquecentoquarantadue

La sofferenza pare inespugnabile. Senza luogo priva d'identità, aeriforme, un'onda di malefici su cui normalmente demolisco il passato il quale però non mi abbandona. Sebbene esso sia crollato non muore definitivamente, ma si riduce in spettri di nugoli in polvere dove il futuro apre le ali, oppure dire riapre le ali: sarebbe più corretto; ma se le riapre non è futuro eppure pare per me che lo sia: nonostante non sia e non prenda poderosamente piede attraverso un totem dalle ali remote. Mi sottomette alla disgrazia di un passato sempre attuale, epperò mai vicino, mai lontano Entità dalla chiaroveggente orda femmina, la cui onta subita, mi infligge l'odore di glicine in una cicatrice in cui l'umiliazione è sorgente di un futuro radioso. Sulla cima del pennacchio, me milites in separata sede.




( t )

cinquecentoquarant'uno

La luna oggettivamente fragile soggettivamente difficile, partecipa al solito al bazar del mantra edera oro lanterna nella valigia di Etere. Tra le montagne il diniego. Iris con la go-pro in testa narciso avvolto in pelle Louis Vuitton, sferra una diagonale acciambellato sul treno. Un vagone dietro l'altro supera la vetta della moka. Seduto, la canna da pesca sul beccuccio nel lago di caffè in tazza, Galene muove il tornello, rapito dalla punta dei capelli ripete la sfida di mille antenati; stretta di mano a Epiphron col piede di ritorno; abbraccia il cappello da macchinista. La polvere dalla strada si solleva stellata in un nugolo di calabroni con le ali da elicottero. Cillaro la foglia di vite sulle pudenda, migra sul treno. Seduto sotto la tettoia nell'abito di lamiera, lo spaventapasseri beve il drink: l'arsura si spegne. Qualcuno dimentica un paio d'ali di carbonio sul cofano della vettura, l'amore con la bambola gonfiabile è priva di braccia, avanza un'onda tridimensionale d'amore d'acqua marina enorme. La tavola da surf sulla cresta del gallo fluttua le parole dalla visiera a oriente, col cappello di schiuma non si è mai perduti. Il cigno in technicolor adagia il becco sulla valigia con la lanterna. Accesa sotto il gabbiano appollaiato nella conca legge le note dello spartito terracqueo. Nel vaso circolare l'eco del passaggio del treno tra le colline: il canneto, il fiume turchese, la doccia di penne. Con lo stop di petto sorvola sino ad ammarare precipitevolissimevolmente sulla tavola da surf di Oupis, il quale vira coda di cometa nell'abbazzia sulla rocca. Il pesce a forma di cuore salta, coperto del ponte si scansa e fugge; si mimetizza nell'universo. Cillaro non raddoppia la marcatura nonostante sia in prima classe. Vede i canidi cremisi presi per le corna sul treno. Nel corridoio di due gambe un cespuglio di corallo di gorgonia in testa, attraversa la città uscito dalla stazione. Non si vede più. Suppellettile tamagochi.               

cinquecentoquaranta

Rimane al largo Ares, mette l'accento al possesso d'addio. Inizialmente le distanze fischi disumani ma le partite sono storie a sé. In ritardo Ermes tra onde schiumanti battute dal vento Eolo è rintracciabile nel lavello d'acciaio inox cucita a due vite. L'incontro tra i due a sud dell'equatore ride sui promontori dalle belle ginocchia. La palla è viva la rincorre Elatus, sulla battigia. Una conchiglia vegeta in 15 ettari tutt'altro che rinunciatari. Se col flauto si attira proposizioni in ferro, alcune lenti nuziali fanno capolino dietro la schiena del sarto. La silfide accarezza il cane nel salotto: le tende ricamate sabbia, dà il falso allarme. Ne approfitta Ares per rinfrescarsi, nuota nell'acquario, esce dal dipinto con la sirena, le tiene la pinna in mano. Timone incontenibile, non è cambiato nulla in Aedo, vive stabilmente corda di violino nell'aria. Di pomeriggio preannuncia tempesta, Ermes guarda riguarda nel tunnel della verticale, tempesta non ne vede. Profonda nelle alghe la bella idea ondulata scultura umana nelle acque, si propaga negli occhi di chi la vede, non è segnalata con branchie ma con seni poderosi; c'è chi vi rimane male. Afrodite trova il goal, fa l'amore sul margine del fiume, si fa le unghie nella schiena sangue amante. Da vera aristocratica conferma la qualità della sua rosa cosmos.      

cinquecentotrentanove

in faccende di amore non mi dedico alla deriva della menzogna: è riprovevole. Sebbene ti ami, provo ostacoli nella mente nel consegnarmi di amore sincero: è l'orgoglio di uomo o semplice timidezza che devo estirpare, non so. Vero è che lo scriverti mi è audacia oltre a promessa di felicità sebbene la volontà non sia sedurti; il descrivermi, il descriverti, diviene fiducia allo stato cristallino dell'animo mio lo susciti necessario: sono tuo. Nell'amore non c'è reciprocità lo so; inoltre l'umanità di cui sono imbevuto è supremazia dell'amore. In questa sorda discrepanza la ragione di ubbie che mi perforano i pensieri, tu sia divenuta eccezione cui non voglio rinunciare in questa scabra suburra d'anime e corpi  

cinquecentotrent'otto

Il piano nell'onda emerge scorpione. Sotto. La campana suona ininterrottamente l'upercut maestro. Discesa armonica sulle braccia. Deposita il sacco di lame. I pattini infuocati. La strada ghiacciata nel blues, gli accordi sorti di buon mattino. Volano tremebonde le pagine aperte. Il precetto intellettuale è loro affezionato. La freccia sabbia, perfora l'aurora. La vedo intrecciarsi sul volto di donna. La prediligo usata dal pianto. La foto ci ritrae mentre ci amiamo ad un metro. 

cinquecentotrentasette

Una fallimento di finzione, senza un minimo di audacia. Costoro: animali primitivi privi di ideali, da ignorare. Cui devo invece dare la mia disponibilità. Noia mortale