giovedì 3 marzo 2016

quattrocentocinquantaquattro


 - Ti guardo -

Il trafiletto sul giornale lo indica opera prima del regista, il titolo evoca il romanzo che sto leggendo: padre e figlio visitano i luoghi simbolo del ventennio fascista, il padre continuamente al figlio dice << guarda >>. Chiudo il giornale, mi annoto l'appuntamento per la proiezione ricordandomi Ray K. il quale mi disse di chiamarlo quando sarei andato al cinema. Per rimangiarselo in parte subito dopo, lasciando spiragli di possibilità; raramente viene, i titoli che gli elenco lo annoiano nonostante sia animato dall'enfasi di uscire, si concede idealmente si nega per masochismo; una volta desolato mi guardò dicendomi << e perchè mia moglie, e perchè mia figlia, e perchè mio figlio, mia suocera, mio padre che poi è morto, mia madre che è anziana, mio fratello, la casa, l'affitto e quel porco di dio, sono libero solo quando esco a far pisciare il cane: si può vivere così ? >> Certamente il film non è molto adatto per Ray; la mia amica Caterina Lisiex si addormenta in sala, Ray K. si addormenta in automobile; come quela volta che chiacchierando gli dissi << la vita umana è un pretesto di Dio per propagare l'amore tra gli uomini >>; Ray immediatamente s'accoccolò: parcheggiare lasciare uno che dorme profondamente a braccia conserte dentro un'utilitaria, per la gente che passava era vedere un alano nella cabina di un apecar. In ogni caso lo lasciai dormire, andai al cinema. Quando tornai non vedendolo in auto mi venne un po' d'apprensione; Ray stranito tra autobus e pensiline, guardava allucinato dove potessi essere, ma soprattutto dove cazzo si trovasse lui: non si ricordava di niente. L'unica cosa che si ricordava, gli stavo parlando della Bibbia. Ray se si trovasse in Francia tutti lo scambierebbero per Francese gli parlerebbero Francese stupendosi se facesse presente loro, che non parla assolutamente Francese ma che è Italiano originario di Modica << sapèt du ves ? >> gli direbbe per far loro capire che parla Francese. Ray ha la stazza di de Gaulle, ampio sedere gambe galvaniche; è lentamente rapido, mi sorprende e dico << è stato svelto pur non essendolo, com'è questa alchimia biologica ? >> Inoltre Ray ricorda il mio amico Phil delle medie: ha il viso con la stessa inclinazione. Phil aveva il dono di far ridere, avrebbe potuto stare zitto, eternamente zitto: avrebbe fatto ridere. Aveva il volto splendido, quelli ideati da un artigiano per una maschera buffa; guardavi Phil, per magia ti aspettavi qualcosa di ilare, comico, dissacrante; chiunque, qualsiasi essere umano vedendo Phil capiva come Dio avesse splasmato il volto a costui per alleggerire la fatica del dolore a chi lo avesse visto. Il prof. richiamandolo per rimproverarlo in realtà si aspettava una giustificazione che fosse gag umoristica facendogli addirittura da spalla; se Phill all'inizio pareva timido, poi la classe esplodeva in risate per una qualsiasi sua espressione o parola fulminea che fosse ingenua o dissacrante. Il prof, era convinto mentre lo guardava, di trovarsi di fronte un genio e aveva la postura di chi lo sa, lo vede; l'espressione ironica degli occhi indirizzati verso la bocca di Phil, centro di spirito e soffio, che dalla bocca comandava il resto del corpo: lo dicevano, lo presagivano, lo predicevano: il prof. si sentiva profeta. Dunque, Ray non lo chiamo, non amo sentirmi dire di no, << comunque hai fatto bene a chiamarmi ma sto in casa grazie Zen >> è tipico di Ray. La cassiera col volto levigato dall'intelligenza su cui muore ogni indecisione, mi saluta col sorriso franco. Biglietto in mano, varco la porta, scosto la tenda entro in sala. Dopo la visione rimango perplesso. Il film non è intricato è semplice. Il premio conferitogli mi s'incaglia come un macigno; lo considero normale, per cui rivedo il concetto di normale inteso valore se richiama la semplicità. La semplicità è un'arma di comunicazione di cui non hai consapevolezza, arriva, si svolge, ti conquista, lasciandoti insapore in bocca. La stesso insapore che mi ha lasciato il film: forse la sua grandezza; forse per questo l'hanno premiato. La ragazza alle prese con la chiusura dell'ombrello davanti al cinema, cui ho aperto con educazione la porta, seduta avanti da dove ero io, per tutto il tempo della proiezione ha messaggiato al telefonino. Di fronte alla scena di sesso tra omosessuali,  le due ragazze poco dietro di me, si sono lasciate andare con pudore a qualche risata. In auto tento di rivedere la trama; l'amore impossibile tra un uomo di mezz'età e un ragazzo che vive di espedienti in una città brasiliana. Detto così svapora tutto, e si riduce a qualcosa di sordido: si eleva tra i due quando il brillio dell'amore s'intrufola nella povertà, indigenza, nello squallore della vita di periferia dove i due vivono e danno per scontata; l'amore timidamente dà loro una prospettiva, soprattutto al giovane il quale però, per amore decide di eradicare il trauma che impedisce all'uomo di mezz'età, suo amante, di consumare tra loro il rapporto sessuale: cioè il padre. Va beh, se vi capita, andate a vederlo.                                   

mercoledì 2 marzo 2016

quattrocentocinquantatrè


 - Fuochi d'artificio di giorno -

Prima d'entrare al cinema incontro Adonello. Come stai, che ci fai qui, lo saluto. Lo vedo andarsene con la sporta tra le mani. Ricordo quella volta con Goran Smorto: eravamo in bicicletta nel traffico serale al centro del paese lo vidi tra molteplici teste, rapidamente dopo aver nominato il suo nome, ci demmo alla fuga pedalando velocemente sulla via laterale; Goran Smorto affaticato balbettò un aforisma di quell'esperienza << è proprio vero nella vita ci vuole l'occhio, se c'hai culo non l'occhio: chiunque te lo rompe >> è brutto dirlo: fuggivamo dalla sfortuna. Adonello è uno jettatore. Nell'entrare al cinema, non solo mi ci stavo scontrando, l'ho salutato gli ho stretto la mano. L'aforisma di Goran Smorto mi balenava per la testa; a mia giustificazione potevo dirmi che Adonello me n'ero liberato subito, l'avevo toccato si, ma girato l'angolo mi ero toccato per scaramanzia, attenuando sicuramente la carica di jella nei miei confronti. Nulla di cui rimproverarmi: avevo fatto il massimo che si potesse fare in questi casi mica potevo accendere un falò, ballare attorno al fuoco e fare gli scongiuri, ognuno vive la sua follia che deve rimanere sua. Ma sebbene avessi fatto gli scongiuri la jella avrebbe potuto riversarsi comunque sul film; premiato per la migliore regia, miglior attore, dava ottime garanzie per non essere influenzabile; inoltre l'avevano premiato in Germania non in Italia dove chi non vale un fico secco ha storicamente più opportunità di riuscire. Inizia il film. Impiego un po' per capir la trama, mi sento in una situazione surreale, come se avessi ordinato un piatto di spaghetti alla carbonara; prima ti portano gli spaghetti un quarto d'ora dopo la carbonara, li mangi pensando non fanno schifo, ma sono originali nel servirteli. Continuo a seguire la proiezione: confondo l'ispettore che fa le indagini, col marito dell'attrice principale che gira di sera con dei pattini da neve legati sulle spalle. Nella mia testa i due attori si sovrappongono; vacillo: guardo l'orologio; ascolto un frammento di agonia in me non si fa luce; ci sono delle cose che non coincidono; di tanto in tanto l'ispettore è alle prese con un omicidio, che poi saranno due, tre, ma aggiorna come è lo svolgersi delle indagini: allora mi metto in pari; però non capire sperando che uno ti venga a spiegare la trama che avresti dovuto seguire,  è una seccatura; immagini a colori acidi, nevica, pioviggina, c'è la neve che ricopre tutto; nei locali ci sono sbuffi di calore, tratti di miseria muraria, gli autobus all'interno dei quali viene girata qualche scena, scarico e tubi di scappamento, gli angoli della città inquadrati anonimi, nel film c'è freddo, mi accorgo di essermi seduto vicino alla porta di entrata, tira freddo anche qua; il refolo di uno spiraglio mi raffredda la spalla, come direbbe Goran Smorto << l'aria della fessura porta alla sepoltura >> lo penso toccandomi per scaramanzia, ricordo nell'entrare Adonello: mi tocco di nuovo; nel frattempo, una tizia matura s'immerge vestita nella vasca da bagno, fuma una sigaretta col bocchino ride simulando la follia. L'ispettore fa l'amore con l'attrice pricipale su un ottovolante; di fronte a questa scena, se ci fosse stata Caterina Lisiex mi avrebbe detto << con quel fveddo col cacchio che mi faccio fave su !? >> comunque scene piacevoli anche se non seguo la trama ce ne sono. All'interno d'una barberia c'è una bella sparatoria che ricorda la crudezza di un film di Takeshi Kitano; un'altra scena dove il marito dell'attrice principale compra le sigarette, prima di entrare dal rivenditore in un bugigattolo incagnato si accorge della polizia che lo aspetta; segue una sparatoria lui scappa inseguito gli sparacchiano crolla in strada colpito a morte. C'è un velo, dove tutto è ricoperto d'inverosimile; il pedinamento che fa l'ispettore al marito dell'attrice principale, il quale con un corpo sezionato nel sacco in spalla percorre la via di giorno, body bag color arcobaleno lo porta al ponte, nessuno lo vede mentre getta i pezzi di corpo nei vagoni ferroviari che transitano sotto; in Cina ci sono 1 miliardo 500 milioni di cinesi: nessuno lo vede; oppure; la moglie cioè l'attrice principale sotterra le ceneri del marito in un'aiuola del marciapiede, sono abituato all'Italia dove sulle aiuole ci cagano i cani: non so. Cmq il film è piacevole, la trama la ricostruisco; ho l'impressione che i cinesi nella recitazione abbiano qualcosa d'irreale riconducibile alla recitazione teatrale con enfasi come quando l'ispettore corre sulla strada ghiacciata, cade come un attaccante in area di rigore quando gli sparano in testa dalla tribuna. Verso la fine della proiezione spero che il film finisca: guardo l'orologio. Quando termina rimango fermo ipnotizato sulla poltrona veder scorrere i titoli di coda; ideogrammi in cinese simili a piccoli quadri bianchi nel nero. Tento di capire non so, forse mi gusto la fine assaporando qualcosa di perduto, filosofico, tratto da ciò che muore dopo averti illuso amato di un amore non corrisposto. Anche se incontrare Adonello penso che non sia mai un bel viatico.                

sabato 27 febbraio 2016

quatrocentocinquantadue

 - Zoolander -

Tristemente fugace il tuo sguardo non lo riconobbi immediatamente, ponendolo nel mio lento vedere; mi vidi assorto nell'averlo scordato, lieve spinta diveniva vapore; ressi così il caso che ci aveva fatto rincontrare in un frammento; il nulla circoscritto per ciascuno, aveva la forma di cinta muraria; ma la rarità di ciò che vidi e provai, non si ripercosse la sera, sul film che avrei visto; pur pensandoti esperienza, mi tormentava sentire di averti amato, era lieve la morte non sepolta. Entrai al cinema e nella trama la follia dell'umanità vive, attraverso la moda, veicolo per togliere l'uomo dall'esperienza attraverso i propri modelli. Esperienza virtuale che annulla la coscienza. Il film regge l'esagerazione dei singoli personaggi, l'egotismo fine. Il linguaggio sopra le righe è parodia, la trama relegata a comparsa. Un personaggio usa il linguaggio concludendolo in disartria, riduce la comunicazione a inutile; la consenquenzialità del montaggio di cui faccio senza, non ha linearità che si propaga in lucidità; non vi è dialogo tra i personaggi espresso con pertinenza; una scena stucchevole dietro l'altra, allo stesso tempo, non vi è linguaggio più vero per esprimere la negazione della vita comune, attraverso lo sfarzo, il lusso, che riduce la vita a follia quando si consuma nell'ipnosi ardente del bruciare. Il film è girato a Roma; Roma caput mundi, come dire: la moda è centrale nella mente di tutti. Non solo; il luogo prestigioso simboleggia la forza del decadimento. Nella trama la relazione padre e figlio, è relazione bistrattata; svalutata dal fallimento di figure: madre, padre, matrimonio, rabbuia i sentimenti  delle generazioni sull'altare della modernità in nome del lusso, che ci priva di quello interiore. Justin Bieber, Sting, Penelope Cruz, Owen Wilson, Ben Stiller, Benedict Cumberbath, Demi Lovato, Kim Kardashian, Lenny Kravitz, sono superficiali; la comparsata dell'icona Keith Moss necessaria come nota stonata. Finita la proiezione esco e rifletto tentando di concludere il mio ragionamento in un sunto di ciò che ho capito: non siamo alla presenza della verità o della falsità siamo di fronte ad un terzo linguaggio umano, vivo di ricche miserie, dove si ostenta il vacuo, gli abiti indossati avvelenano l'uomo sin nelle profondità dell'immaginario, imbastiscono la creatività in stallo sul previsto esageratamente informe; rimodella costantemente le menti nuove e asciutte, semplifica la vita sulla frequenza standart del fruitore esule da se stesso e dagli altri. Il linguaggio usato riduce la filosofia del passato a nozioni fuori causa; l'esaltazione dell'ingegneria della superficialità è opulenta, assurge a profezia per qualsiasi ombra messianica del campionario da vendere. Il film non è altro che una estenuante sbavatura nei toni, la realtà fuori fase, la gioia dell'iper idiozia. Qualche giorno fa vidi una donna sul marciapiede dall'incedere deciso, solenne, indossava scarpe nere, calzoni neri con la piega, un poncho jaquard lana cappuccio in testa che la ricopriva, mi avvicino per vederla: il volto ha un accenno di barba. Guardo meglio è un uomo vestito da donna, cammina come una manquin sul marciapiede passerella, mentre il traffico si snoda. Mi auto-correggo. E' una uoma o un donno: come si preferisce. Se dicessi: << è una forma di vita unicellulare >> la mia amica Caterina Lisiex mi direbbe << come sei stvonzo ! >>. Il film surreale si trasferisce e transita nella normalità di un giorno qualunque, in una strada qualunque. Questo il punto. Non la degna diversità; bensi il linguaggio estroso, quando pretende la normalità mi rende sbigottito; come se la fusione di sacro e profano divenuti terzo linguaggio, siano vita all'interno del concetto di libertà: accettate normalmente. Normalità estrosa, che onestamente, filosoficamente non comprendo.  
 
 
  

giovedì 25 febbraio 2016

quattrocentocinquant'uno

 - Macbeth -

Nel finale del Macbeth presso il cuore sento il lieve calore d'un conio; il decollo lirico da un punto esatto mi vibra in petto, anima l'aurora assolando l'indaco; arde al suolo elevando la nobiltà a maestra di sentimenti. Shackespeare e il male che ci nega. Inquadrature dal sapore tumultuoso, dai colori teatrali, la recitazione conquista, commuove, atterrisce. Macbeth uccide il Re, ignaro come il male possa dominargli la mente; compie altri delitti e controlla il potere attraverso l'omicidio, che lo rende ossessivo. Muore asciugata dall'assenza di amore, Lady Macbeth interpretata da Marion Cotillard, colpevole di averlo istigato nel commettere il primo delitto. Al termine della proiezione alzandomi dalla poltrona, capisco di aver visto un bel film: lo festeggio con un bicchiere di vino rosso. Tento di ricordare alcune parole del dialogo che mi ha sedotto, tra Lady Macbeth e Michael Fassbender il Macbeth. Al mio amico Gorly B. al bar qualche giorno dopo dirò come il cinema durante la proiezione fosse vuoto; che il viaggio di ogni spettarore in Macbeth era stimolato verso se stessi mentre alla proiezione di Star Wars percepii il contrario: il viaggio si sviluppava esteriormente diffatti il cinema era pieno: conclusi che la gente desidera evadere da sè. La ragazza in compagnia di Gorly B. scambiata per professoressa se n'era già andata mentre parlavamo; Rox Muriatico consumava la colazione, intingeva la briosc nel cappuccino divorandola in poche boccate. Usciti mi ricordai di non avergli presentato nè Gorly B. nè la ragazza che non conoscevo; glielo dissi << stavo discutendo, mi dispiace Rox >> vidi gli occhietti di Rox roteanti al di sopra della barba tinta dalla schiuma del cappuccino attorno alla bocca, la quale mi rispose<< Zen, mi vedi preoccupato ? >>.                     

domenica 7 febbraio 2016

quattrocentocinquanta

 - la isla minima -


Entro mi accorgo di aver sbagliato cinema: la proiezione è un'altra. La cassiera m'indirizza nella via dove si trova il cinema che cerco. Mi avvio per raggiungere il centro storico dove percepisco tutto essere staccato dal contesto: come quando trovandomi a Londra presi la metropolitana da Brixton, quartiere nero; scesi a South Gate accorgendomi che l'etnia del quartiere prevalentemente stanziale era di razza bianca. Escono dalla porta di un'osteria due ragazzi cui chiedo se nei pressi sanno esserci il cinema. Una decina di metri e mi sento chiamare dai due che mi hanno appena indicato dove trovarlo. Lui viso da facoltà di veterinaria e l'amore per l'architettura, mi confessa che nonostante sia del posto, il dedalo di viuzze lo confondono; viso da giurisprudenza, sensibile, gli occhiali e il garbo dello studio lei, mi si avvicina con il telefono in mano dicendomi con spirito da espoloratrice << abbi fede >> cercando col navigatore il cinema. La voce del telefono sentenzia << 140 metri avanti prima sinistra >>. E si offre di accompagnarmi, mentre lui è già partito a segugio, annusando luogo e via come se la ricerca del cinema fosse un fatto personale da risolvere. I ragazzi nel non aver il senso dell'orientamento nella loro città, hanno qualcosa d'indefinibile tra l'ingenuo e la bellezza che li distanzia dalla realtà consegnando il mondo all'orrore. Il palazzo costruito dai gesuiti nel 1800 ci si para davanti in tutta la sua imponenza: il cinema è dentro. Mi dirigo alla cassa piegandomi chiedo se sono in ritardo; la cassiera che ricorda una di quelle che si scaldavano con i copertoni bruciati nelle periferie urbane, in spirito e ruvidezza mi fa : << ti aspettavo 1 ora fa !? >>  ! Non insisto a chiedere altro, in più mi spiace disturbarla mentre chiacchiera con le sue amiche che in tre su una sedia nel gabbiotto angusto della cassa la sono venute a trovare. E' seduta alla cassa col volto che ciarla, trucco leggero e sbavato, la permanente sfiorita che fa pandan con lo sguardo rivoltomi mentre esco; la sento aggiornarmi << c'è un'altra proiezione domani sera, se ce la fa !? >> con la testa le invio il cenno di aver capito ridendo tra me penso che è stronza al punto giusto: la scritturerei per una gag surreale. Via delle rose è nome poetico e la imbocco; un uomo fuori dalla cucina del ristorante indossa la giacchetta bianca i jeans ed è intento a digitare al telefono; gli chiedo dove posso bere una birra e una pizza, anche da asporto. Mi indica laggiù; scambiando il saluto con un tipo davanti a noi, vestito da uno che abita nei paraggi; il quale passando mi fa <<  gli hai chiesto dov'era una pizzeria !? >> << ma sai a chi l'hai chiesto !? >> gli risponderei ..e a chi lo avrò mai chiesto, al presidente della Repubblica !? << lo hai chiesto al cuoco più famoso del mondo; qui c'è il ristorante più famoso d'Italia !? >>  dicendolo come se avesse fatto goal nel derby tra scapoli ammogliati << e va beh>> gli rispondo << mica potevo chiedergli un tavolo al suo ristorante, spero che non si sia offeso !? >> guardando la sudamericana sobriamente vestita che esce dal ristorante in coppia, concentrandomi da uomo che guarda culo di femmina.                

domenica 31 gennaio 2016

quattrocentoquarantanove


- Carol -

Il cinema è nel centro storico; la piazza poco distante è dedicata ad un personaggio risorgimentale; la strada consolare costruita da Marcus Aemilius Lepidus sfreccia su migliaia di cubetti di porfido sotto gli occhi dei passanti; laggiù so esserci la sinagoga, un colpo d'occhio: più avanti l'entrata a piazza Grande; davanti all'uscita del Duomo, la viuzza stretta conduce alle carceri chiuse; i portici illuminati inghiottono nel loro budello regolare, gente che va gente che viene; non lontano il cinema dismesso: negli anni 70 vidi il film - Pasqualino sette bellezze - locali, negozi, marciapiedi, la chiesa dà il nome al quartiere; levo lo sguardo, svetta la torre. Se poi al cinema proiettano - Carol - trascorro una bella serata: due donne elevano il loro sentimento d'amore ammantandolo di beatitudine. Costumi anni 50, la cura, l'eleganza, la bellezza di Rooney Mara e Cate Blanchett danno un senso d'incanto e libertà. Esco dalla sala; il sentimento femminile circoscritto al rapporto d'amore, mi fa percepire il tragico quotidiano nell'eccesso di volgarità di cui disponiamo, in cui viviamo, in cui siamo sepolti. Il regista Todd Haynes attraverso l'amore omosessuale tra donne, spinge la volgarità a male inesorabile, tirannia che consuma sottomettendoci ad illusioni seriali e conosciute, impedendoci il pensiero libero e artistico che alimenta la cultura umana, chiave per la risoluzione degli enigmi che la vita ci riserva; cultura condannata a morte per un delitto commesso senza una reale premeditazione, incapaci d'intendere di volere. Cammino in una sorta di liberazione e accrescimento, retrogusto dell'intensità dell'amore, che non colgo, nè percepisco nella cattività delle nostre città dai ritmi decadenti.Vivo l'alchimia difficile di sapere come la vita che indosso, sia costruita desiderabilmente sui binari del contrario.    

sabato 30 gennaio 2016

quattrocentoquarant'otto

 - Joy -

Appoggio le monete sul bancone del bar, la giovane orientale col cappotto ocra si alza dietro la cassa, va alla macchina, batte il gruppo, lo riempie, ci prepara due caffè. Continua a giocare con l'app. del telefonino, osserva il liquido scendere nelle tazzine, spegne la macchina, ci serve, incassa la moneta, mi dà il resto, si risiede continuando a giocare sul telefonino. Gustiamo il caffè che è troppo ristretto, per i miei gusti, anche per quelli di Rox: posiamo la tazzina ci avviamo all'uscita. La ragazza si alza dal suo sgabellino dietro la cassa: un po' stranita ci guarda uscire << non avete pagato caffe !? >> Ci fermiamo sbigottiti sulla porta: indietreggio verso la ragazza; le dico che il caffè l'ho pagato prima di consumare e che mi ha dato il resto << forse non ti ricordi, eri impegnata a giocare >> << no, tu non pagale caffè = io no fatto scontlino !? >> << scusami, ma se sei andicappata non è colpa mia, con tutto il rispetto che non ho, bisogna che quando lavori tu stia attenta >> subentra il fratello cinese con un cartone in mano: di quei cartoni aperti come a coprire i barboni che dormono alle stazioni << tu non pagato caffè !? >> poi alzando la testa in direzione del soffitto << c'è telecamela che vede >> << e che cazzo vede, vede che ho pagato, no ? >> la ragazza è spaventata dal fatto che Rox nell'angolo è corpulento con la barba e potrebbe intervenire con efficacia perentoria, inoltre la ferocia indispettita con cui ribatto sale incandescente come non si sarebbe mai aspettata. A quel punto della controversia, la ragazza in un sussulto nervoso, indica i due avventori a tavolino nell'altro angolo del bar << lolo !? >>  che hanno osservato tutta la scena senza proferire parola << hanno visto tutto, che tu non pagato !? >> le rispondo << ma che vuoi che abbiano visto, và là, hanno visto che sei una scema mentre lavori !? >> i due tipi che paiono carabinieri in borghese guardano in silenzio e paiono volerci dire che se ce ne andiamo la questione finisce lì. Rox mi avvicina con lo stesso sguardo dei due in borghese << andiamo Lush, facciamo tardi e perdiamo il film ! >>. Parcheggiamo davanti al cinema: entriamo. La trama di -Joy - è la storia di un mocho, che usi per lavare la cucina; cioè l'invenzione di un mocho innovativo da parte di una ragazza / donna che attraverso varie traversie e la famiglia eccentrica che la supporta, arriva a commercializzarlo diventando ricca famosa. Film sull'incubo del sogno americano. Fruibile che non incide; Rox sonnecchia, finisce la proiezione: usciamo. E penso al litigio al bar per la consumazione pagata non pagata; chiedo a Rox << quando siamo usciti dal bar, ti ho visto fermo sulla porta mentre aprivo la portiera, che gli hai detto ai cinesi !? >> mi guarda assonnato col sigaro << ...andate a fale in culo...spolchi olientali di melda ...tolnate al vostlo paese !? >>.