...il desiderio di esserci, la volontà di non essere sopraffatte, la belle epoque, lo sprezzo del dolore, non l'incoscienza di cui non sono fanatiche, la ricerca della felicità carnale, da riattivare nel bar del porto: al tavolo le brasiliane stagionate circensi. La più assatanata capelli lunghi corvini viso da indigena la pancia i pant attillati leggermente femminile la vedo lavare le lenzuola nella mastella della baracca, alticcia attacca discorso col giovane camionista rumeno che stava per attaccare il discorso con me. Mi fa un piacere mica piccolo. Una tempistica da peschereccio con la rete se lo intorta e lo porta via, si mettono a parlare lei le dice che è vecchierella glielo dice come a fargli capire che si aspetta che lui prenda l'iniziativa se ne vadano dietro allo stabile al buio, nascosti in un qualche pertugio da camionista rumeno glielo spinga tra le cosce senza tanti preamboli. Quella con la giacca zucchero i seni prosperosi pare di malanimo, forse ha bevuto un po' troppo. Il cestello dello Champagne, la bottiglia reclinata, il ghiaccio acqua. La piccola con tutte le sue cose a posto ha un cappello di pelo il volto nascosto da una sciarpa i seni in bella evidenza ridacchia di fronte allo stornello dell'anziano giovanile che le dice qualcosa e le sussurra qualcos'altro. Il negro buttafuori a distanza osserva lo spettacolo, parlotta con un cameriere. Si aggiunge una brasiliana reclutata da chissà dove con gli occhiali il volto che non si identifica col cappello di paglia colorata si avvicina al turco pachistano col tatuaggio nella caviglia e gli dice << che bello vederti >> si baciano sulla guancia. Il ciccione con la t-shirt - strong - a fianco li guarda sorride. Il negro buttafuori passa muto le braccia dietro la schiena dà un'occhiata al video musicale. Non succede nulla tranne prende fuoco nel frattempo la sorca delle brasiliane che in sintonia come programmate per fare l'amore sculettano dicono ridono si muovono si appostano scandagliano il locale con gli occhi la pancia gambe tornite labbra sensuali occhi occulti furbeschi da periferia alla ricerca di un uccello che voli da giovane nostrano sotto cui muovere giustamente le anche nella danza suprema a piccoli passi a brevi intervalli.. di sospiri ...in onore del piacere.......
sabato 7 marzo 2020
venerdì 6 marzo 2020
cinquecentocinquanta
....la città in cui vivo, un piccolo paese nella pianura padana, a causa del virus pare essere vuota di persone tutte rinchiuse in casa col timore di influenzarsi. Solo edifici con le finestre illuminate, pochi i temerari con tranquillità guardinga portano il cane a passeggio. Qualche vettura, i più giovani danno l'impressione di essere meno impressionati da questo coprifuoco. Ne vedo parecchi. I vecchi no. Oggi ho fatto caso che passeggiando per il corso molte persone che a quell'ora circolavano non erano per nulla impegnate a guardare il cellulare. Pareva di essere in un giorno d'inverno degli anni 90. La cosa che mi ha più colpito è stata la raccomandazione sul manifestino attaccato alla porta d'ingresso davanti la chiesa, consigliava le suore di officiare la messa non in presenza del popolo. Mi ha colpito la parola - popolo -. Aveva in quel comunicato un uso da propaganda. Ho fatto una passeggiata alla ricerca di un bar questa sera. Tutto è chiuso. Devo andare in centro forse qualcosa di aperto lo trovo. In realtà nell'insieme il paesaggio non si discosta molto da come di solito il paese si dimostra anche senza il coprifuoco dovuto al virus, nei giorni di novembre. A marzo però ci si aspetta la primavera e si è comunque fuori anche se le serate sono ancora invernali. Dunque si, ci sarebbe più gente fuori ma fa freddo, non mi fa effetto: ma riconosco che la paura comunque serpeggia molto di più di come immaginassi. Altre cose che mi destano dubbi: l'accostare il virus che può essere mortale alla chiusura dei negozi alla riduzione di libertà, alla relazione contingentata negli uffici, ciascuno di noi in casa, al contatto con gli altri da evitare, del mantenere la distanza al banco del bar per consumare: insomma tutti questi impedimenti creano una forte tensione la quale crea nell'esperienza umana cerebrale, se vissuta con partecipazione emotiva; uno spazio nel cervello in quell'area che scivola diretta nell'inconscio e che può arrivare ad associare in un futuro, dopo che questa esperienza sarà superata: il virus: alla sovranità, alla privazione della libertà, alla difficoltà economica, al concetto di confine, al concetto di chiusura verso l'alterità, ad una sorta di austerity totalitarista imposta in modo acritico....
venerdì 21 febbraio 2020
cinquecentoquarantanove
La purpurea a priorità umana all'orecchio digita il disincanto di verde cadmio libera nell'impostazione la dea afflitta. Sopraggiunge nel tinello dell'orafo l'educazione dei pesci in faccia. Uno dietro l'altro il contabile prende nota: sarago, lucioperca, tinca, branzino, gli altri fuggendo sparano qualche colpo di arma da fuoco. Il villano rifatto non si fa attendere invano avvolge nella carta la metafisica dalle ali polverose. Il fulmine della costellazione del cancro salito dalla battigia argento, col cuscino a secco viaggia nel vagon- lit. Sul palmo della mano che abbaia il prolungarsi del dito dell'orafo raggiunge presiede a teatro la mimica del dito rivelatosi medio. Felice, slanciato, visita il sereno uppercut combo diamantino i tratti nobili della bilancia. La sera si cappotta viola a striature sulle chiome scure umbratili. La civetta sul capitello del buio. Il calcio di rigore è calciato alle stelle.
domenica 9 febbraio 2020
cinquecentoquarant'otto
a volte non c'è nulla di cui biasimarsi
nulla che sia, ma piuttosto si sfili
senza essere mai pervenuto
e per questo non si soffre
semplicemente si è chiusi
nel verbo essere e nel
verbo non avere
amare
è un
semplice commiato di
un sacro arrivederci a mai più
verbo non avere
amare
è un
semplice commiato di
un sacro arrivederci a mai più
martedì 10 dicembre 2019
cinquecentoquarantasette
Il fenicottero decolla dal fiore psicologico rimane denso il profumo di corolla sul lungo collo a esequie religiose, segue il chiurlo mordace nella sua traiettoria di volo migratorio. L'interesse dei due volatili nonostante l'abracadabra amicale si va spegnendo da tempo immemore presso il circo Massimo. Abbarbicati rosso vermiglio alla luce stazionaria delle loro parole accordate alla pena del meglio crea all'inizio dell'avventura il via vai nello spazio del cavaliere errante, amico di entrambi: egli nei pensieri smercia la propria propaganda vola in abiti scuri e nobili. Le coordinate di circostanza catturano per vie traverse il nugolo di vespe in condominio dentro il cilindro dell'alveare in testa della femmina nera di uomo senza nerbo ma dal sapore universale. In ogni caso i concentrati uteri morbidi del dopo concepimento destano nelle voci di corridoio una sorta di litania d'imbarazzo letargico sia al chiurlo che al fenicottero. Il corpo del chiurlo inoltre in via endovenosa si restringe nei muscoli dei nervi mentre lieve in adagi classici il fenicottero nei modi affabili controlla l'immagine del volo nel suo insieme. Entrambi gestiscono la situazione di abbandono ridicola ma inevitabile sormontati dalla nuvolaglia della sovrappopolazione al litigio: non vi è comprensione affogare nel pozzo. I daimon dal fondo sono i daimon dell'Imperatore di Solov'ev inviano l'eco della loro discordia sempre viva nella cucina degli umani. Nel menù l'amore che appaga tradisce con la stessa lama infierisce sulle proprie vittime nude al cospetto di sentimenti. Il chiurlo rivelatosi dell'est pronuncia sulla punta del becco arcuato la parola umana - polline- Il fenicottero confuso guarda il chiurlo con attenzione e dopo aver trasecolato alla maniera guanti su misura autoctona, favella << mi scusi l'ho confusa per un altro >>.
lunedì 9 dicembre 2019
cinquecentoquarantasei
beh...si...il cuore non mi stormisce nel petto al vento in fiamme, né traballo; ho pensieri però come cerbiatti mansueti si dirigono al ruscello per abbeverarsi; non sono mai tranquillamente ardente d'amore desiderio di solito son ghiaccio la metamorfosi dei pensieri mi rovescia voglie di canti in rose d'amore sul cuore
cinquecentoquarantacinque
mi sei planata con un frullo negli occhi ti ho veduta sorridere di profilo e io che di fronte a te ti scongiuravo di credermi: ero appena salito dall'inferno calzavo scarpe inzaccherate di peccati altrui il malanimo che mi aveva perseguitato sino ad allora mi aveva reso l'umore instabile per questa ragione avevo preso tempo nel sapere che eri comparsa nel mio cuore a manifestarti la felicità d'averti in me con i baci
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