mercoledì 29 gennaio 2014

duecentocinquant'uno


                                Camping California ( Corsica ) 4 luglio 2010


 - in spiaggia -

...l'aria elettrica si contrae, ad intermittenze esprimendo le cicale; la rete solare si ondula in amaca infinita che trapassa l'acqua a quadri ridisegnandosi sul fondale; la battigia assorbe le lingue acquose delle onde; che si muovono in un rituale antico congiungendosi; al molesto frinire, che in quel suono saluta lo sciabordio del mare in rapsodia tra i nervi; e i rami a svezzare il mattino che graffiano seccamente il cielo; e dove camminerò, il piccolo coleottero si posa; sul sentiero con le elitre ripiegate, che nel loro lucore rifletteranno. Il mare che ora sto guardando: l'acqua è trasparente...

duecentocinquanta

 - Arturo ed Ernestina -

Arturo ed Ernestina si sposano nel 1890. Entrambi hanno diciassette anni, lei è incinta; Arturo è un bell'uomo; nel corso degli anni sospirando e un po' alticcio, alla moglie Ernestina dice  <<...possibile che un bell'uomo come me, abbia sposato una donna come te ? >>... <<...mbè...chi dei due ha fatto l'affare ? >> Gli risponde Ernestina che non è bella, ma intelligente e Arturo forse lo sa; di sicuro Ernestina ha un temperamento forte: se quando lo vede ubriaco gli dice <<...vè Arturo...non mi picchiare che me ne vado.. ? >> Insieme hanno tredici figli; molti sono morti appena nati, o poco dopo, per qualche malattia. Lei lavora in casa. Arturo è muratore. Conosce il francese avendo lavorato in Francia, e il tedesco per la stassa ragione; sa leggere e scrivere. Anche Ernestina sa leggere; la nipotina ricorda che dalla nonna Ernestina circolava un giornale di cronaca che si chiamava Crimen. Arturo ama l'architettura. Una volta dice alla nipotina <<...quando sei grande vai  a visitare il cimitero di Stallieno...è un museo a cielo aperto...>> Arturo è orgoglioso del cimitero di Stallieno dove ha lavorato per del tempo. Arturo è il terrore degli animali domestici di casa, che quando sentono i suoi passi fuggono. La madre di Arturo era crudele, non aveva mai rispettato gli animali che vedeva in casa. Gli animali pare sappiano che in quel legame tra Arturo e la madre, ci può essere continuità. Dopo qualche anno dalla guerra del 45 arriva dalla Germania: la pensione. La nipotina ricorda che il nonno Arturo era felicissimo. Arturo soffre di angina pectoris, è stato per tutta la vita un bevitore, ma in sostanza ha avuto una vita dura. Nel febbraio del 51 muore. Ernestina lo segue di li a poco. Una sera di ottobre di quell'anno, dopo una partita a carte, si corica sul letto affaticata, e alla nipotina dice <<...lavami i piedi ...>> la nipotina le lava i piedi notando come le unghie siano divenute nere, e va a chiamare un adulto che possa intervenire. Ernestina muore nel letto mentre attende che la nipotina torni con un adulto.

                                                                     
   

martedì 28 gennaio 2014

duecentoquarantanove

     
                                 Camping  A. Marina   3 luglio 2010 ( Corsica )
 - in spiaggia -

...forse la luna è divorata da un coccodrillo in verticale; nato da origami irregolari a mezzogiorno e fisicamente astratti dai venti sulle nubi. La sabbia è spenta di debolezze e con un velo asciutto si proietta alla vista detergendosi dal sottosuolo; ho il palmo della mano ripieno dalla miriade di granelli che mi scorrono tra le dita fuoriuscendo dal di sotto, strozzati in un cunicolo; raccolti li odo brulicare in fondo al cuore; della mano ricoperta in pelle e solcata dalle linee che a ognuno nei fatti indica il destino. E quel ruscello estivo che vedo laggiù, non si sviluppa in un fiume verso il mare; d'inverno sarà una cloaca. Guardo in basso e saluto idealmente i piccoli insetti laboriosi nei crateri; i quali brulicano nel trasportar di tutto: anche la piuma di uccello che in quel minuscolo cratere del terreno non vi passa...
                                                               

                                                        

domenica 26 gennaio 2014

duecentoquarantotto

...chi sono ? La storia è questa. Anni fa provai il desiderio di imparare a scrivere. La necessità era scaturita dal fatto che tranne un paio di volte nel far l'amore, nella mia vita non avevo mai fatto qualcosa di creativo raggiungendo la libertà di essere. Quando lo pensai avevo circa 40 anni; un'età dove la vita per mio conto si era già lungamente dimostrata, da potersi rielaborare, per dominarla ( con la scrittura ) da tutte le ingiustizie che aveva perpetrato nei miei confronti, così esorcizzandola per il passato e per il futuro. Non chiedevo altro che questo. Imparare. Ma la scrittura nei miei confronti non si è dimostrata quella che ai miei occhi era sempre apparsa. Semplice, mansueta, accomodante nel prestarsi alla creatività, ma diveniva concreta ( e legittima ) con l'esperienza. L'esperienza in ogni attività umana è fondamentale, poichè con l'esperienza raggiungi il nesso delle cose prima che con la sapienza e la cultura. L'esperienza nel mio caso, ha una controindicazione: che in quello che scrivo ( a volte ), chiunque possa trovarvi un riferimento personale, come a trovarsi di fronte ad uno specchio. E' inevitabile che sia così. Il materiale umano fatto di debolezze che adopero per raccontare è prevalentemente mio ( lo vado a scovare dentro di me, nei cunicoli dell'anima come uno speleologo con la torcia sul caschetto, ma non sempre ci riesco sebbene quella è l'intenzione che mi muove)  e che riscontro anche negli altri e dunque: di chiunque. Personalmente sono abituato a questo piccolo sacrificio, nel portare la mia testimonianza del mondo al mondo, attraverso la scrittura, per chi abbia desiderio e tempo di leggere, traendone ispirazione suscitando una concatenazione virtuosa di idee o di riflessioni da poter fare e nel concreto realizzare ( eventualmente oppure no ) ma non sono abituati a ciò che scrivo, coloro che pensano di essere chiamati direttamente in causa dalle trame che sviluppo. Ecco io sono costui, una sorta di persona comune tra le persone comuni, con un gran desiderio di descrivere e di riportare alla luce ciò che l'uomo tiene nell'ombra o seppellisce, ricreando un mio mondo, sotto la spinta creatrice di un Dio in cui credo, artisticamente ancora prima di ogni rivelazione...     

sabato 25 gennaio 2014

duecentoquarantasette



- Horace Piotto l'uomo col revolver -

Sulle prime quel suo viso di positivo non ispira nulla. Tesa ed asciugata sugli zigomi la pelle, ha tutti i lineamenti che paiono incorniciati in un nervosismo ricucito e sedato sino a raggiungere gli strappi riordinati nel dominio di sè ostentando, in una postilla remota degli occhi, un tuono estratto vivo e che aguzzo scintillante si ritrae vacillando in un pretesto: esploderebbe in ira funesta. Con nulla di buono per chi gli sta di fronte; e il tracollo imminente, ma che in lui non avviene; lo sorseggi in una costante preoccupazione; registrandolo nell'animo al minimo dei giri; e quell'equilibrio che dimostra, non te lo spieghi come possa reggere; se egli discutendo quella tensione che percepisci, realizzi che la sentivi sin dall'incedere, vedendolo; distolto e guardingo come quando hai l'attenzione acuminata e un'arma nel fodero della cintura; comprendi come quest'ira, egli la innaffi tutta, potendo stritolare ciò che lo disturba, in un mix di lucida follia e saggezza. Trasferendo la propria possibile e fattuale ira nel livore tenue d'un mescere battute dallo spirito di serpe; le quali ondeggiano tra il sarcastico il velenifero e la continua rinascita beffarda, in quelle parole non sempre elaborate e forse da strutturare con più ponderazione, ma terapeutiche in quel fuoriuscire dai denti; così egli pare si ritrovi su quel filo dell'equilibrio senza mai precipitare. E le battute paiono nascere da una mente solipsistica, e il più delle volte tu comprendi, nel credere d'intendere come il destino di molte di esse sia di essere perdute nel tran tran quotidiano, per l'incapacità che cogli in lui, di sostenere una tempistica adeguata con qualcuno che non sempre c'è, o è a disposizione per poter esternare alcunchè, o semplicemente perchè, non si può dire a tutti cosa si pensa di loro. E paiono nascere e morire queste sue battute, per sè stesse, con l'unica funzione di alleviare quel suo sguardo sfrontato e temerario sul mondo; egli lo penetra rapido come i bossoli dell'arma che detiene alla vita, fossero esplosi e lanciati verso il bersaglio nella loro missione. E lo vedo passeggiare ostentando una noncuranza dettata dall'andatura quieta e dalle mani infilate in enrambe le tasche; riflettere dalle labbra screpolate come si screpola il fango sotto il sole, un disgusto inerte e ignoto nel rivolgerlo agli altri; sostenendo quel passo nel deambulare ricordando l'esilità e la leggerezza d'un'architettura morfologica d'una zanzara; e di certo il fisico non gli è d'aiuto per intimorire qualcuno, ma percepisci che egli emana un qualcosa di folle e inesprimibile. Qualcosa di sotterraneo, da cui guardarti. Poichè se discutendo con lui comprendi che la sua mente è impostata come si imposta il linguaggio informatico, che per altro egli comprende assai bene, questo, ai tuoi occhi, lo rilancerebbe come più affidabile umanamente e meno incline alla bestialità pur aumentandone per contraltare, quella sua pericolosità percepita in prima istanza, dal suo semplice esistere e deambulare davanti a te. Ed è la gentilezza con cui lo accolsi, che si fa solido artefice a scardinargli la ritrosia verso i rappresentanti di quel mondo che pare egli giudichi con disprezzo, conquistandomi la sua benevolenza; e la battuta con cui mi saluterà abbassando il finestrino della vettura nel congedarsi non fa eccezione a quello che ho espresso <<...ehi...non credere che questa vecchiaccia che mi è venuta a prendere... sia mia madre...!?...>>. 
       

giovedì 23 gennaio 2014

duecentoquarantasei

 - la vacanza itinerante -


La notte a Venezia, col buio a passeggiare tra le calle, osservando gli angoli dei bar camminando su e giù dai ponti; la ragazza di Villach al mattino: dolce e ingenua negli occhi limpidi e attillata nei jeans con quel fondoschiena strepitoso; l'allarme antincendio a rompere la quiete, con le camionette dei pompieri che escono dal garage dietro la chiesa che svetta bianca sulla motta e il melo accanto che nelle radici vede i propri piedi riva al fiume Inn, in questa zona di Passau, con il Donau più in là che s'incontra col Danubio; la giraffa tra gli alberi di alto fusto, gli elefanti da lontano vicino al muro, e la panchina presso la staccionata del minuscolo acquitrino con una bocca che addenta un panino allo zoo di Monaco ordinato nella sua consuetudine selvaggia, dove nella gabbia e poi all'interno dietro la vetratra i due drill si rincorrono sino a che il maschio nero blocca la femmina minuta sul soppalco: si accoppia con nonchalance guardando i turisti senza interesse, mostrando alcuna espressione ma serietà e proprietà, in quell'atto scalmanato, suscitando le risa degli adulti e le domande dei bambini; e la fuga dal porto di Lindau sul lago e quella tra le montagne di Dover dove il lusso è stucchevole debordando dai sensi: e per rimanere intaccati; i luoghi di preghiera nel campo di concentramento di Dachau: Cristiana, Ebrea, Protestante, Russa Ortodossa e la in fondo il convento delle suore dalle fattezze teutoniche, che si animano nella messa in lingua germanica ogni giorno, per quei detenuti che non esistono più, rimossi dalla vita, ma non dalle preghiere e non dalla storia che ricorda l'orrore di cui è capace l'uomo; la giovane donna sul piazzale ghiaioso, e quella seduta sul muretto che controlla le proprie scarpe dietro gli occhiali da sole; la metropoli di Zurigo nella bellezza delle sue sopraelevate con la frenesia ovunque dei semafori nel rosso, ora giallo, e vai col verde, tutti luminosi a rompere la notte attraverso le loro note indicando il momento di passare oppure no; il lago di Lucerna e il militare che con i commilitoni nella passeggiata motteggia allusioni sessuali guardando le fanciulle incrociandole; e la chiesa protestante li nella nicchia superata una scalinata dove c'è quella piazzetta e il bar all'aperto: apri il portone idraulico ed entri sedentoti tra i banchi; Friburgo nei graffiti colorati da contraltare al ferro battuto della ringhiera del ponte sul fiume, con qualche guglia che noti essere immersa nel traffico di palazzi, finestre, angoli; più a basso le vetture in fila, pedoni, ciclisti in gim-cana e fermandosi: premono il pulsante del passaggio pedonale; il cartello che indica la foresta nera millenaria è in curva e c'è anche quello con il lago Titisee dove alla reception il ragazzo col caschetto biondo e i muscoli scolpiti assomiglia alla Jungen Hitleriana, col suo collega che mostra un tatuaggio presumibilmente corrergli su tutto il corpo, se arriva ad alcune parti del viso; mettendolo a fuoco il disegno si traduce in filo spinato, con in fronte un simbolo celtico di un'ascia stilizzata: tra quegli occhi azzurri e tranquilli il naso fermo e il garbo mite. Quando me ne vado lo vedo attendere seduto, alla reception che il suo collega lo raggiunga; Strasburgo caotica, ostile, ad ogni automobilista; Colmar sul fiume e la giovane minorene smorfiosa con quel saluto seducente ad un uomo cinquantenne; Basel, Basilea, Bale, di nuovo ad oltrepassare uscendo da uno Stato entrando in un altro; Olten, Aarau, Lenzburg, Niederlenz, e il giardino dietro la chiesa protestante dove riposa la zia Ermide e lo zio Hans sotto quella lapide con incisi i nomi; il lago di Neuchatel che impressiona essere celeste come il colore del mare in Sardegna; Montreaux dove non c'è un camping libero se il periodo è quello del festival jazz e allora a pochi chilometri Yvorne e la sua piscina con le nuotate, i tuffi, la parete rocciosa poco distante e perpendicolare alta centinaia di metri che copre il cielo, l'ago di pino nel caffè, con la coda dell'occhio individuo una spalla di carne bianca sfuggente e tatuata, la catena montuosa innevata e l'Italia dall'altra parte; il traforo del monte Bianco, e poi i lavori in corso e i tubi rossi flessibili sparsi sui sassi nella valle dopo il confine: ce ne andiamo per raggiungere la Versiglia. Superando la valle d'Aosta, il Piemonte, la Liguria, guidando verso Genova entrando e uscendo dalle sue gallerie, vedendo paesaggi da vertiginose sopraelevate: raggiungiamo la Versiglia <<...Papà...questo posto non mi piace !...>>...<<...non ti piace ?...la Versiglia non ti piace ? >>...<<...no...mi fa schifo! >> <<...mi piaceva Venezia !...>>. Fine delle vacanze.                   

mercoledì 22 gennaio 2014

duecentoquarantacinque

Atmosfera

culla 
   a
   r       
 c          
u           
a         
t     
     a 
                            la luna: riluce.
         Partoriente                                  
                             l                                      
    a      
        s     
     f  
    e 
r  
  a            
                                 nell'ombra;                         
                                                                                        a Venere 
                                                                                          rivolta.
       Tersa nel
                                               blu cobalto la notte:                                      
                                               mai così rassicurante.