La purpurea a priorità umana all'orecchio digita il disincanto di verde cadmio libera nell'impostazione la dea afflitta. Sopraggiunge nel tinello dell'orafo l'educazione dei pesci in faccia. Uno dietro l'altro il contabile prende nota: sarago, lucioperca, tinca, branzino, gli altri fuggendo sparano qualche colpo di arma da fuoco. Il villano rifatto non si fa attendere invano avvolge nella carta la metafisica dalle ali polverose. Il fulmine della costellazione del cancro salito dalla battigia argento, col cuscino a secco viaggia nel vagon- lit. Sul palmo della mano che abbaia il prolungarsi del dito dell'orafo raggiunge presiede a teatro la mimica del dito rivelatosi medio. Felice, slanciato, visita il sereno uppercut combo diamantino i tratti nobili della bilancia. La sera si cappotta viola a striature sulle chiome scure umbratili. La civetta sul capitello del buio. Il calcio di rigore è calciato alle stelle.
venerdì 21 febbraio 2020
domenica 9 febbraio 2020
cinquecentoquarant'otto
a volte non c'è nulla di cui biasimarsi
nulla che sia, ma piuttosto si sfili
senza essere mai pervenuto
e per questo non si soffre
semplicemente si è chiusi
nel verbo essere e nel
verbo non avere
amare
è un
semplice commiato di
un sacro arrivederci a mai più
verbo non avere
amare
è un
semplice commiato di
un sacro arrivederci a mai più
martedì 10 dicembre 2019
cinquecentoquarantasette
Il fenicottero decolla dal fiore psicologico rimane denso il profumo di corolla sul lungo collo a esequie religiose, segue il chiurlo mordace nella sua traiettoria di volo migratorio. L'interesse dei due volatili nonostante l'abracadabra amicale si va spegnendo da tempo immemore presso il circo Massimo. Abbarbicati rosso vermiglio alla luce stazionaria delle loro parole accordate alla pena del meglio crea all'inizio dell'avventura il via vai nello spazio del cavaliere errante, amico di entrambi: egli nei pensieri smercia la propria propaganda vola in abiti scuri e nobili. Le coordinate di circostanza catturano per vie traverse il nugolo di vespe in condominio dentro il cilindro dell'alveare in testa della femmina nera di uomo senza nerbo ma dal sapore universale. In ogni caso i concentrati uteri morbidi del dopo concepimento destano nelle voci di corridoio una sorta di litania d'imbarazzo letargico sia al chiurlo che al fenicottero. Il corpo del chiurlo inoltre in via endovenosa si restringe nei muscoli dei nervi mentre lieve in adagi classici il fenicottero nei modi affabili controlla l'immagine del volo nel suo insieme. Entrambi gestiscono la situazione di abbandono ridicola ma inevitabile sormontati dalla nuvolaglia della sovrappopolazione al litigio: non vi è comprensione affogare nel pozzo. I daimon dal fondo sono i daimon dell'Imperatore di Solov'ev inviano l'eco della loro discordia sempre viva nella cucina degli umani. Nel menù l'amore che appaga tradisce con la stessa lama infierisce sulle proprie vittime nude al cospetto di sentimenti. Il chiurlo rivelatosi dell'est pronuncia sulla punta del becco arcuato la parola umana - polline- Il fenicottero confuso guarda il chiurlo con attenzione e dopo aver trasecolato alla maniera guanti su misura autoctona, favella << mi scusi l'ho confusa per un altro >>.
lunedì 9 dicembre 2019
cinquecentoquarantasei
beh...si...il cuore non mi stormisce nel petto al vento in fiamme, né traballo; ho pensieri però come cerbiatti mansueti si dirigono al ruscello per abbeverarsi; non sono mai tranquillamente ardente d'amore desiderio di solito son ghiaccio la metamorfosi dei pensieri mi rovescia voglie di canti in rose d'amore sul cuore
cinquecentoquarantacinque
mi sei planata con un frullo negli occhi ti ho veduta sorridere di profilo e io che di fronte a te ti scongiuravo di credermi: ero appena salito dall'inferno calzavo scarpe inzaccherate di peccati altrui il malanimo che mi aveva perseguitato sino ad allora mi aveva reso l'umore instabile per questa ragione avevo preso tempo nel sapere che eri comparsa nel mio cuore a manifestarti la felicità d'averti in me con i baci
lunedì 25 novembre 2019
cinquecentoquarantaquattro
sapessi che disamore che prova la consuetudine quando si elegge a detentore detentrice di un sentimento a cui si astiene. Poiché non v'è canto di amore che non sia guerra alla consueta arte della tiepidezza ove non v'è arsura non v'è il grido mentre sento la consuetudine muta di porcellana nel suo automatismo invisibile congedarsi di buone maniere da ogni passione che possa piegare l'ordine delle carte del gioco inesauribile il Re, la Regina, il fante, il cavallo, la roncola, il tabarro, i danari in tasca
lunedì 24 giugno 2019
cinquecentoquarantatrè
L'incontrollabile si è paventato audace demone. Mi ritiro nel deserto coperte per la notte blu, non mi pare notte. Bensì un lungo elogio alla mia pazienza. Di questo subbuglio tra corpi intenzioni con cui non devo irritarmi. Il solito refrain. Mi educo alla non violenza per finire questo mio destino di cui ho rispetto il quale non mi rispetta. Dunque mi copro mi educo mi preparo, la fine di chi desidera la mia fine. Scavo la vasca morbida. Da inumare cadaveri morali, la triste parsimonia del bene
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