martedì 11 luglio 2017

cinquecentosette


- Rodi Garganico -

Mi perdo nella notte, tornanti bui, migliaia di ulivi ritorti, le indicazioni stradali mi fanno raggiungere il mare sulle rocce il fragore minaccioso: mi fermo a pochi metri. I limoni gialli nelle cassette nere in vendita sulla strada. Passo il passaggio a livello, la salita, i rapporti della bicicletta slittano sulla corona, utilizzo quello che viene; supero il trattorino che traina il carretto di piastrelle; il tizio che lo guida è di carnagione scura, barba nera, occhiali da sole. Fatico, sudo, mi fermo, tolgo il cappello da sole, mi alleggerisco, allento la cintura, sento la canottiera bagnata. Il tizio sulla montain bike mi parla con la acca aspirata, pedala i dislivelli in zona; la lunga salita che percorriamo ci fa stare zitti. In paese, i preparativi per la festa del patrono, al bancomat mi metto in fila; la spesa: due sporte di frutta pochi euro. La discesa, rientro in camping, Rachele la stella tatuata sul braccio lavora alla reception, saluta, le dico che bisogna faticare per fare la salita e raggiungere il paese.  
  


cinquecentosei


 - La partita -

La tizia chiacchiera col tizio, guardano il video sull'I.Phone. Corpo da pallavolista ricorda Marlene Dietrich, il viso sofferente come un'attrice Francese.  L'ho notata altre volte. Siede, parla al telefono, aspetta qualcuno, col bicchiere in mano. Il tizio robusto con cui chiacchiera attende il momento propizio. Se ne vanno dopo un po', lei nell'avviarsi ha un incedere sensuale. Il cinese col pitt bull al guinzaglio la incrocia. Lei osserva, gli fa una smorfia. Con questo via vai che passa non riesco a vedere la partita. Con lo sgabello sul marciapiede, la guardo per televisione attraverso la porta del bar. A pochi metri, lo stadio in cui si gioca. Due autoblindo Iveco dei carabinieri sono parcheggiati; griglie in ferro su vetri e fari. Un carabiniere in assetto anti-sommossa, manganello nella cintura si avvicina per vedere l'azione della partita. Ritorna nel gruppo di commilitoni tra le transenne. La barista piccola dalle gambe ben tornite dal viso acuto, rassetta ovunque fa pulizia si allontana. Il tizio con la t-shirt nera il cappello da baseball in testa con l'elefante stampato in bianco con qualcosa di esotico / hippy la segue col bicchiere di birra in mano, le dice qualcosa serio, il frammento forse di un discorso amoroso di minuti precedenti; il tizio in questione pare più uno che ci provi piuttosto che uno spasiamante con le credenziali, lei gli risponde tranquilla laconica senza smettere di pulire: la sigaretta tra le labbra. Il tizio spazientito si guarda attorno, con passi laterali riacciuffa qualche parola nella mente, qualche idea,  riparte dopo qualche minuto, apre la portavetro del bar la segue sino al bancone. Marlene Dietrich aiuta il tizio, spinge la moto per la retromarcia, si mette il caso, sale in moto. Guardo la partita. L'ubriaco putrido straorza arriva a spron battuto. Bordeggia, infila la porta del bar: non perfettamente, dà una bottarella al vetro. Si riprende, spinge la porta, troppo. Strambata col rischio di tuffarsi, si sostiene con un colpo d'anca, si ripiglia, scala la marcia in seconda, dà gas alle gambe, si riposiziona in verticale con nonchalance riparte deciso. Non riusciamo a vedere dove si parcheggia: una sedia, se si regge a banco, se finisce a terra. Il tipo che mi è di fianco bofonchia, ride.          

lunedì 10 luglio 2017

cinquecentocinque


- Il litorale - Termoli / Vasto

I due Vigili Urbani chiacchierano sulla passeggiata del litorale, la canicola sontuosa, la città arroccata tra le mura in cui regna il color pastello, lo scuro mare mosso dall'ignoto, la brezza robusta solleva la sabbia i teli, rovescia gli ombrelloni, muta le forme. La ragazza sulla sedia al sole legge il libro dalla copertina blu, sulla battigia chi si scioglie i capelli riprende a camminare, preso la tintarella il barbone se ne va, il padre passeggia con la figlia raccoglie i pensieri le parole sorride ribatte, i ragazzini tra le rocce esplorano i meandri dell'acqua che fluttua e sbatte. Il canada air sorvola la spiaggia, plana sul pelo dell'acqua, si rifornisce torna sull'incendio, la rovescia; sorvola di nuovo il mare plana sul pelo dell'acqua. Il pinnacolo di fumo si alza vicino al porto da cui ti imbarchi anche per le isole, il via vai della Forestale, della Polizia, dei Vigili Urbani, interrompono l'accesso alle strade l'incendio lambisce la tangenziale. Il fuoco non può nuocere, non ci sono capannelli di persone, qualcuno a mani dietro la schiena osserva i lavori di spegnimento. Per il resto la solita normale tediosa indifferenza dell'animale che vive la fatalità che non impressiona.    

cinquecentoquattro


- Sui generis -

Il pazzo, capospalla nero, jeans neri, capelli bianchi scarmigliati sino alle spalle, l'andatura rapida, mastica nell'ira la voce roca, pare filtrata da un vocoder incorporato; tritura parole prive di filo logico, si blocca istantaneamente, si volta inveisce contro qualcuno, poi capisco, vedo i ragazzini. Lo hanno individuato eccentrico che cerca rogne nelle performances degli angoli più svariati della città, recita a perfezione monologhi surreali. I ragazzini non si fanno pregare lo seguono con dileggio negli occhi, presi da un minimo di stupore sia per l'anormalità del personaggio che pare uscito dalla trama di un film, sia per le rapide controffensive da pazzo innocuo che mostra avere nei loro confronti. Capra che mostra le corna in segno di difesa, capra rimane capra, fosse leone ci sarebbe da prendere delle contromisure serie. Pare ad un certo punto sia attore che recita una parte poi ne viene travolto. Come un mago dal cilindro della mano, getta a palombella tre pietre per la strada. I ragazzi sino ad allora vicini seppur a distanza di sicurezza, al lancio di pietre rapidamente si allontanano. Tra vetture, aiuole, edifici, gente che passa, il pazzo scompare, di sè lascia tre pietre scaramantiche sul selciato.   

cinquecentotre


- Hoc est caritas - ( questo è amore )

E' una di quelle frazioncine delle nostre parti nel mezzo della campagna: una strada la percorre come nel far west, l'agglomerato di case, la chiesa all'inizio o alla fine della strada a secondo da dove vieni. Un uomo in una villetta ad un piano con le mura del giardino basse tinte di bianco che ricorda isole lontane, viveva quotidianamente una sfida politica con la gente della frazione, di simpatie comuniste. A suon di striscioni che ideava, come gli ultras mettono lo striscione alla rotonda in tangenziale, li svolgeva da albero all'altro davanti casa, interloquiva / sproloquiava contro un eventuale interlocutore / interlocutori che non ho mai visto, ma ho sempre immaginato. Ho sperato di vedere qualcuno che reagisse ai quei motti degli striscioni, glieli strappassero: mai niente. Vedevo solo ciò che scriveva: frasi sarcastiche, sciabolate ideologiche, ce l'aveva con i rossi del creato. Egli era orgogliosamente di Forza Italia. Una volta lessi una frase dedicata a San Silvio. Era il periodo della presunta persecuzione dei giudici al primo ministro della Repubblica Italiana, Silvio Berlusconi. Questa querelle tra attori anonimi mi divertiva; allietava le mie mattine lavorative istruttivo come programma su Rai Storia: Karl Marx / Groucho Marx. Frasi puntute, sarcastiche, laconiche, ironiche, accattivanti, intelligenti, blasfeme, seguivo l'umore della querelle di questo fantomatico Forzista vs comunisti, lo stato di frustrazione in cui si trovava; avevo compreso che fosse a quel tempo, in quel luogo, disperso dall'uomo e da Dio: una mosca bianca armata sino a denti. Un apostolo della libertà tra tanti frustrati mono-neuronali. Passavo da quelle parti per fare colazione, leggevo divertito sugli striscioni la frase ideata contro i nemici ideologici. Poi guidavo chilometri di risate: era diventato un rituale. La ragazza incinta conversa a mano lieve sul pancione, lo accarezza, esprime meraviglia per qualcosa che non ha assolutamente intenzione di fare. Il tizio col cappello da contadino color cachi mostra la scritta inequivocabile, Boia chi Molla; nel frattempo con la lingua tocca la suscettibilità della donna che gli serve il caffè al tavolo la quale divertita in una sonora risata se ne và. Mi alzo dal tavolino, metto in ordine i ricordi del luogo, penso al Forzista, alle sue trovate, alle querelle con i comunisti, finisco il caffè, esco. All'uscita del bar le donne anziane sotto il portico giocano a pinnacolo parlano in dialetto. Il trattore parcheggiato è un Landini Legend 160 a motore acceso. La bandiera del piddì davanti alla sede non sventola, è avvolta all'asta, il tessuto nuovo ha un chè di non attuale. Il sole è inesorabile, un lenzuolo di luce che bagna il mattino, sicuramente tutta la giornata. Inforco gli occhiali, l'universo è tollerabile. Riavvio il motore; ciò che mi ronza in testa è l'essere Italico: il pensiero, il volere: zavorra inestirpabile, l'anima, il cuore, in me tutto si traduce in due frasi di natura opposta. Benito Mussolini il cuscino con cui la maggioranza degli Italiani ha dormito sonni tranquilli: l'esternazione è mia, non è autorevole, lo so, l'altra lo è di più, ed è: l'ho scritto, ho messo l'animo in pace, voi fate quello che volete. Karl Marx.   

cinquecentodue

- B.W -

Riposiamo, prendo appunti, mi muovo, ascolto. Dal tempo variabile fiondano raggi luminosi, enormi le gocce pestano il suolo; si presenta l'ombra universale, il sole parziale è un occhio beffardo tra le nubi; la nuvolaglia eterodossa simula catene montuose. Athena di Lemnia dorme profondamente, la capigliatura sparpagliata sul cuscino, il respiro non ostile sotto il ticchettio d'un nuovo rovescio. Più intrepido del consueto, l'afrore di terra squillante solleva cinguettii intrecciati al verde; il rumore sepolcrale degli zoccoli nel fulmine che scompare è un flash in bianco / nero.   

cinquecentouno


- Offida - ( borgo )

Campi di girasoli indispettiti che non guardano il sole, il semaforo sulla salita: freno a mano a sinistra prima marcia inserita a destra. Nella piazzetta stipata di vetture la fontana di bronzo in pompa magna. Due leoni, due aquile, una Dea delle acque, il putto sul capo, l'acqua che sgorga. Dal quarto piano dell'edificio, l'orientale a chiazze di vitilligine sul volto turbato, cui do nome Ruiky, indietreggia dopo aver chiuso le imposte. I due fotografi loquaci, lui sessantenne chic, lei intellettuale col cappello da donna Newyorkese, mi chiedono se l'acqua è potabile. Rispondo che ho bevuto da un po': mi sento ancora bene. Si sentono felloni, ridono. Col treppiede inquadrano la piazzetta, la fontana, cambiano idea, ci salutiamo. Poco distante il portico con sei colonne rivestite con listelli di parquet, la piazza triangolare obliqua alcune persone sedute su panchine governano i capelli scarmigliati dal venticello. L'orgia di bellezza architettonica scavalca l'abitudine al brutto che ho dentro, mi si assottiglia, spazia nella mente, mi raccoglie inerme, esausto corpo nelle braccia della Musa bellezza, mi riconsegna al principio, resuscito a ciò che è degno nell'uomo. La brezza d'inizio sera disegna mio figlio al telefono con sua madre. Guardo la targa sul muro: piazza del popolo. Al termine del portico sul tavolo in noce, una tovaglia bianca, piatti, posate, bicchieri. Dentro il locale, quella porta scura aperta nell'angolo è la cantina. Al Teatro Serpente Aureo posto davanti al portone segue il cartello - chiuso -. M'incammino per via Vannicola Defendente il tipo col pipullo in testa che incrociamo parla per conto suo, sembra prendersela con un interlocutore immaginario; indossa una t-shirt che ricorda la prima pagina d'una fanzine new weave anni 80, cammina gesticola, non fa caso a noi, scompare dietro l'angolo.