lunedì 10 luglio 2017

cinquecentocinque


- Il litorale - Termoli / Vasto

I due Vigili Urbani chiacchierano sulla passeggiata del litorale, la canicola sontuosa, la città arroccata tra le mura in cui regna il color pastello, lo scuro mare mosso dall'ignoto, la brezza robusta solleva la sabbia i teli, rovescia gli ombrelloni, muta le forme. La ragazza sulla sedia al sole legge il libro dalla copertina blu, sulla battigia chi si scioglie i capelli riprende a camminare, preso la tintarella il barbone se ne va, il padre passeggia con la figlia raccoglie i pensieri le parole sorride ribatte, i ragazzini tra le rocce esplorano i meandri dell'acqua che fluttua e sbatte. Il canada air sorvola la spiaggia, plana sul pelo dell'acqua, si rifornisce torna sull'incendio, la rovescia; sorvola di nuovo il mare plana sul pelo dell'acqua. Il pinnacolo di fumo si alza vicino al porto da cui ti imbarchi anche per le isole, il via vai della Forestale, della Polizia, dei Vigili Urbani, interrompono l'accesso alle strade l'incendio lambisce la tangenziale. Il fuoco non può nuocere, non ci sono capannelli di persone, qualcuno a mani dietro la schiena osserva i lavori di spegnimento. Per il resto la solita normale tediosa indifferenza dell'animale che vive la fatalità che non impressiona.    

cinquecentoquattro


- Sui generis -

Il pazzo, capospalla nero, jeans neri, capelli bianchi scarmigliati sino alle spalle, l'andatura rapida, mastica nell'ira la voce roca, pare filtrata da un vocoder incorporato; tritura parole prive di filo logico, si blocca istantaneamente, si volta inveisce contro qualcuno, poi capisco, vedo i ragazzini. Lo hanno individuato eccentrico che cerca rogne nelle performances degli angoli più svariati della città, recita a perfezione monologhi surreali. I ragazzini non si fanno pregare lo seguono con dileggio negli occhi, presi da un minimo di stupore sia per l'anormalità del personaggio che pare uscito dalla trama di un film, sia per le rapide controffensive da pazzo innocuo che mostra avere nei loro confronti. Capra che mostra le corna in segno di difesa, capra rimane capra, fosse leone ci sarebbe da prendere delle contromisure serie. Pare ad un certo punto sia attore che recita una parte poi ne viene travolto. Come un mago dal cilindro della mano, getta a palombella tre pietre per la strada. I ragazzi sino ad allora vicini seppur a distanza di sicurezza, al lancio di pietre rapidamente si allontanano. Tra vetture, aiuole, edifici, gente che passa, il pazzo scompare, di sè lascia tre pietre scaramantiche sul selciato.   

cinquecentotre


- Hoc est caritas - ( questo è amore )

E' una di quelle frazioncine delle nostre parti nel mezzo della campagna: una strada la percorre come nel far west, l'agglomerato di case, la chiesa all'inizio o alla fine della strada a secondo da dove vieni. Un uomo in una villetta ad un piano con le mura del giardino basse tinte di bianco che ricorda isole lontane, viveva quotidianamente una sfida politica con la gente della frazione, di simpatie comuniste. A suon di striscioni che ideava, come gli ultras mettono lo striscione alla rotonda in tangenziale, li svolgeva da albero all'altro davanti casa, interloquiva / sproloquiava contro un eventuale interlocutore / interlocutori che non ho mai visto, ma ho sempre immaginato. Ho sperato di vedere qualcuno che reagisse ai quei motti degli striscioni, glieli strappassero: mai niente. Vedevo solo ciò che scriveva: frasi sarcastiche, sciabolate ideologiche, ce l'aveva con i rossi del creato. Egli era orgogliosamente di Forza Italia. Una volta lessi una frase dedicata a San Silvio. Era il periodo della presunta persecuzione dei giudici al primo ministro della Repubblica Italiana, Silvio Berlusconi. Questa querelle tra attori anonimi mi divertiva; allietava le mie mattine lavorative istruttivo come programma su Rai Storia: Karl Marx / Groucho Marx. Frasi puntute, sarcastiche, laconiche, ironiche, accattivanti, intelligenti, blasfeme, seguivo l'umore della querelle di questo fantomatico Forzista vs comunisti, lo stato di frustrazione in cui si trovava; avevo compreso che fosse a quel tempo, in quel luogo, disperso dall'uomo e da Dio: una mosca bianca armata sino a denti. Un apostolo della libertà tra tanti frustrati mono-neuronali. Passavo da quelle parti per fare colazione, leggevo divertito sugli striscioni la frase ideata contro i nemici ideologici. Poi guidavo chilometri di risate: era diventato un rituale. La ragazza incinta conversa a mano lieve sul pancione, lo accarezza, esprime meraviglia per qualcosa che non ha assolutamente intenzione di fare. Il tizio col cappello da contadino color cachi mostra la scritta inequivocabile, Boia chi Molla; nel frattempo con la lingua tocca la suscettibilità della donna che gli serve il caffè al tavolo la quale divertita in una sonora risata se ne và. Mi alzo dal tavolino, metto in ordine i ricordi del luogo, penso al Forzista, alle sue trovate, alle querelle con i comunisti, finisco il caffè, esco. All'uscita del bar le donne anziane sotto il portico giocano a pinnacolo parlano in dialetto. Il trattore parcheggiato è un Landini Legend 160 a motore acceso. La bandiera del piddì davanti alla sede non sventola, è avvolta all'asta, il tessuto nuovo ha un chè di non attuale. Il sole è inesorabile, un lenzuolo di luce che bagna il mattino, sicuramente tutta la giornata. Inforco gli occhiali, l'universo è tollerabile. Riavvio il motore; ciò che mi ronza in testa è l'essere Italico: il pensiero, il volere: zavorra inestirpabile, l'anima, il cuore, in me tutto si traduce in due frasi di natura opposta. Benito Mussolini il cuscino con cui la maggioranza degli Italiani ha dormito sonni tranquilli: l'esternazione è mia, non è autorevole, lo so, l'altra lo è di più, ed è: l'ho scritto, ho messo l'animo in pace, voi fate quello che volete. Karl Marx.   

cinquecentodue

- B.W -

Riposiamo, prendo appunti, mi muovo, ascolto. Dal tempo variabile fiondano raggi luminosi, enormi le gocce pestano il suolo; si presenta l'ombra universale, il sole parziale è un occhio beffardo tra le nubi; la nuvolaglia eterodossa simula catene montuose. Athena di Lemnia dorme profondamente, la capigliatura sparpagliata sul cuscino, il respiro non ostile sotto il ticchettio d'un nuovo rovescio. Più intrepido del consueto, l'afrore di terra squillante solleva cinguettii intrecciati al verde; il rumore sepolcrale degli zoccoli nel fulmine che scompare è un flash in bianco / nero.   

cinquecentouno


- Offida - ( borgo )

Campi di girasoli indispettiti che non guardano il sole, il semaforo sulla salita: freno a mano a sinistra prima marcia inserita a destra. Nella piazzetta stipata di vetture la fontana di bronzo in pompa magna. Due leoni, due aquile, una Dea delle acque, il putto sul capo, l'acqua che sgorga. Dal quarto piano dell'edificio, l'orientale a chiazze di vitilligine sul volto turbato, cui do nome Ruiky, indietreggia dopo aver chiuso le imposte. I due fotografi loquaci, lui sessantenne chic, lei intellettuale col cappello da donna Newyorkese, mi chiedono se l'acqua è potabile. Rispondo che ho bevuto da un po': mi sento ancora bene. Si sentono felloni, ridono. Col treppiede inquadrano la piazzetta, la fontana, cambiano idea, ci salutiamo. Poco distante il portico con sei colonne rivestite con listelli di parquet, la piazza triangolare obliqua alcune persone sedute su panchine governano i capelli scarmigliati dal venticello. L'orgia di bellezza architettonica scavalca l'abitudine al brutto che ho dentro, mi si assottiglia, spazia nella mente, mi raccoglie inerme, esausto corpo nelle braccia della Musa bellezza, mi riconsegna al principio, resuscito a ciò che è degno nell'uomo. La brezza d'inizio sera disegna mio figlio al telefono con sua madre. Guardo la targa sul muro: piazza del popolo. Al termine del portico sul tavolo in noce, una tovaglia bianca, piatti, posate, bicchieri. Dentro il locale, quella porta scura aperta nell'angolo è la cantina. Al Teatro Serpente Aureo posto davanti al portone segue il cartello - chiuso -. M'incammino per via Vannicola Defendente il tipo col pipullo in testa che incrociamo parla per conto suo, sembra prendersela con un interlocutore immaginario; indossa una t-shirt che ricorda la prima pagina d'una fanzine new weave anni 80, cammina gesticola, non fa caso a noi, scompare dietro l'angolo.           



sabato 13 maggio 2017

cinquecento

- Il bar -

Intaccato dalla beatitudine la capatina al confine tra vivi e morti è nella baita, chalet, zattera di legno immersa nel centro cittadino. Seduto sotto le maestose chiome mi affaccio alla balaustra da cui vedo la metropoli piccola orizzontale, scorre alla velocità del traffico di questa primavera; ovunque il verde brillante è rigoroso nei corpi rinserrati dai foulard, nelle sciarpe, nello spirito del sole che accosta le t-shirt a braccia scoperte, il nulla non ha patria, il silenzio nemmeno se lo desiderasse, perennemente interrotto dalle presenze che mi circondano. Materializzate gerani le note fuoriescono dalle casse stereofoniche, il folk singer strimpella il quieto vivere invia tra caffè cappuccini baci lievi sui refoli del vento. 

lunedì 1 maggio 2017

quattrocentonovantantanove

 
 - Una giornata qualunque -
 
 La storia della giornata più o meno è questa: ho uno screzio puntuto al telefono con la tipa, mi rivolge una battuta che apprezzo per stile, scelta di tempo, ma ha la controindicazione di farmi imbestialire. Le messaggio sul telefono una frase da capitolazione di cuore e anima per procurarle una morte cerebrale istantanea. La giornata non si prospetta un gran chè. Inizio il romanzo di no scrittore americano mi ricorda Cèline, ma è un'altra cosa. La lettura dei romanzi di giorno mi fa dormire. Penso ad alcuni problemi come risolverli nel modo peggiore in modo da creare un futuro plausibile: muore Sansone e tutti i Filistei. La donna matura femminilità vivace passo da footing si fa guardare nonostante l'età. Il film dell'altra sera parlava della realtà del Kossovo serbi e albanasi ortodossi mussulmani. Non c'è niente da fare, la realtà non m'interessa un gran chè. Divago, frasi, momenti, volti, profili, appallottolo tutto e lo getto nel retro della memoria. Mi dedico ad un'introspezione terapeutica ricordando una poesia di Fernando Pessoa; non riesco a scorgere nulla: tutto buio dovrei entrare in me con la pila o l'elmetto da speleologo. Pure il Vangelo è distante in questi momenti. Un attimo di vertigine sono al galoppo sulla neve del morir d'inedia. La musica colta non mi riempie. Ascolto gli Ac/Dc e regredisco per impugnare il centro dell'esistenza. Piano piano risalgo la china ascolto del rap versione club.Fuori dal locale la ragazza di una volta col volto da 12 pollici truccati mi saluta. Mi fermo entro per bere una birra, la scritta " che schifo " mi passa tra la memoria di un recente passato che si rinnova; la devo aver letta sul muro da qualche parte. Condiziona: ho voglia di qualcosa di solidamente schifoso: un hot dog e papatine fritte; unico contributo degli Inglesi alla cucina mondiale. Sto vivendo la vita di un altro, lo accompagno al letto a stomaco pieno.