domenica 29 gennaio 2017

quattrocentonovantacinque



 - Un cocktail con Emily Dickinson -


Seduto al bar sorseggio il mio caffè, tutto nel disegno che mi si svolge davanti è lontano. Il piano americano della donna che fuma di scorcio fuori dalla porta del bar, digita l'abito nero su cui taglia le ali di farfalla; le indossa attraversando la notte ignora i radar, gli infrarossi che detengono il potere dell'invisibile, segue alcuni versi poderosi che le illuminano il percorso, atterra posandosi esattamente di fronte a me. L'uno davanti all'altra. L'onirico mi percuote si deposita sogno di lei nella mente. La donna appende le ali all'appendiabiti. Si siede ordiniamo il cocktail Daiquiri: Ernest Hemingway ne era un forte intenditore rum, limone, zucchero, ghiaccio tritato, maraschino, la versione inventata da Hemingway nota come Papa doble da cui tolse lo zucchero, lo ordinava doppio. Conversiamo amabilmente del nostro modo di vedere la vita, del modo di morire, resuscitare giochiamo con l'eternità di cui l'umanità teme la trama, la prospettiva della parola nella coscienza, prospettiva immagine nell'inconscio collettivo, individuale, sul determinismo dei colori ecc. Emily Dickinson aprezza il Daiquiri sorseggia sulla sedia a dondolo che si è portata dal Massachusetts ascolta le parole che tra noi fluiscono a tal punto, che dolcemente si alza dalla sedia con una forbice di argento taglia alcune frasi annodate, ingarbugliate, dopo essere state espresse nel discorso da cui fuoriescono come da un cilindro nero quattro colombe di bianco lunare, volano di qui di là dentro il bar sino ad atterrare sul tavolino, sul davanzale della finestra bagnata di pioggia, sull'orlo del bicchiere da cocktail, poi ne esce una quinta colomba fatta di jeans con le zampette in ferro rosa pare anch'essa fatta da Dio penso" buffa la vita, vola come le altre ! " Nel frattempo Emily taglia e cuce le parole sino a quando si rimette a sedere sulla sedia a dondolo, mi mostra una parola ricamata da lei su una pezzuola con scritto WOW che mi dona, mi lego alla fronte come pasdaran nella guerra tra Iran / Iraq guardiano della rivoluzione, sulla pezzuola i versetti del Corano passaporto per il paradiso con cui il pasdaran affronta la battaglia. Emily si rimette a sedere sorseggia il Daiquiri lentamente, per manifestarle la mia gioia per il dono del WOW ricamato, aziono il carillon minuscolo piano nero sul banco del bar, la musichetta è accompagnata dalle parole recitate da Ian Curtis cantante dei Joy Division della poesia di Cesare Pavese // Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,  questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo. I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio. Così li vedi ogni mattina su te sola ti pieghi nello specchio. O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla // Thelonius Monk piccolo suonatore del carillon dopo aver atteso l'applauso meritato che nè io nè Emily gli neghiamo per l'accompagnamento musicale alla struggente poesia, fugge a gran carriera scivola sul banco reggendosi alla zuccheriera per l'arrivo minaccioso di uno stormo di uccelli elettrici in volo. Entrati a gran carriera attraverso la finestra dove il colombo bianco lunare tuba sul davanzale avvicinandosi e allontanandosi dal vaso in cui una mano umana piantata a mo' di bonsai da chissà chi, funge da pianta carnivora; uccelli da un lungometraggio di Alfred Hitchcock con la dinamo sotto le ali il becco acceso dal faro atterrano come una foto ricordo nel dehor di tavolini e allo stesso tempo a centinaia di chilometri in piazza del Duomo di Milano. Svolazzano sul volto e la testa di Ian Curtis il quale sorride a Emily Dickinson che ricambia mi sussurra " quel cantante ha un viso da britannico intelligente che viene dalla periferia " Thomas Stearn Elliot uscito dalla toilette sedutosi digita lo smarth phone s'infila l'auricolare si alza butta nel cestino un foglio appallottolato, ed esce a fumare una sigaretta. Lo vedo ridere di gusto mentre se l'accende, si volta mi guarda alza la mano regge un cartello che mi mostra oltre la vetrina del bar, c'è scritto - se il vino non lo reggi te lo devi magnà a chicchi ! ( Bacco ) - Rido sonoramente mi piego verso il cestino, raccolgo il foglio appallottolato lo svolgo in corsivo è vergato il testo della canzone Love Will Tear Us Apart dei Joy Division scritta proprio da Ian Curtis forse la canzone più struggente degli anni 80 /90 della new weave. Sussurro all'orecchio di Emily rispondo" si è britannico, famoso negli anni 80, autore di una canzone famosissima s'intitola Love Will Tear Us Apart scritta mentre si stava dividendo con la sua compagna Deborah s'è impiccato ad una rastrelliera fissata nella cucina di casa " le leggo l'inizio del testo della canzone dal foglio gettato da T. S. Elliot " when routine bites hard, and ambition are low, and the resentement rides high, but emotion won't grow, and we're changing our ways, taking different roads, then love love will tear us apart " cerco di tradurre il testo in Italiano - quando la routine morde duro, le ambizioni sono basse, il risentimento vola in testa, le emozioni non crescono, stiamo cambiando i nostri modi prendendo strade diverse, poi l'amore ci farà a pezzi - sono ipnotizzato dalle parole; entra in bar Slobodan l'amico che incontro ogni mattina al lavoro vestito da centurione romano fisico guerriero viso stralunato siede al tavolino si spalma una crema antiinfiammatoria sul ginocchio tra se maledice non so chi a voce alta si lamenta che ha i tendini infiammati mi mostra la custodia del farmaco voltaren gel mi dice che sta facendo la comparsa in un film storico dei fratelli Cohen sul set è estate c'è un caldo torrido gli è venuta voglia di mangiare un cocomero, gli dico che le cocomere d'inverno se ci sono le vendono alla Coop, mi risponde che non gli piace andare alla Coop vestito da centurione romano, chissà cosa pensa la gente, gli dico di non preoccuparsi di solito la gente che va ai supermercati non pensa; comunque non gli piace, mi chiede se in zona c'è un negozio di frutta, gli dico non so, avvia dal cellulare il navigatore per vedere se in zona c'è un negozio che a febbraio vende i cocomeri gli faccio gli auguri. T.S.Elliot mi mostra un altro cartello su cui c'è scritto- prima devi sapè perchè stai al monno, quando sai il perchè ce stai, te devi imparà a staccè- e ride a crepapelle - penso che sia un cartello antistorico, nessuno si pone più la domanda di sapere perchè si vive. Ian Curtis si allaccia la cintura ed esce dal bar mentre i baristi cinesi assorti nei loro giochi allo smarth phone pare abbiano un talento per la distrazione che è impareggiabile, guardano un film western parlato in tedesco sottotitolato in cinese e ridono come matti. Mi volto guardo Emily che ha cercato di tradurre il cartello vergato in romanesco da T.S.Elliot le direi che quando iniziai ad amare la poesia la prima cosa che feci fu imparare a memoria una sua poesia dopo aver letto Lezioni Americane di Italo Calvino ma taccio e penso alla mia Musa, guardo la televisione sul palco suonano i Rolling Stones un po' matusalemme sembrano morti che ballano, dalle nostre parti si dice: la morte ubriaca. Al tavolino nell'angolo Andy Wharol mangia un hamburger il cineasta della Factory lo inquadra per tutta la scena dello spuntino, nel finale Andy si presenta al pubblico " my name is Andy Wharol just finally eating hamburger " si alza si aggiusta la cravatta scompare dalla telecamera la quale registra la scena della vetrina oltre la vetrina un paio di gambe che passano svelte un cane di piccola taglia al guinzaglio annusa un angolo. Emily con mia sorpresa traduce il cartello in romanesco di T.S.Elliot sorride. Vedere i Rolling Stones nonostante siano eccellenti strumentisti mi deprime, sono delle carcasse. Se qualcuno di loro morisse mentre suona non mi stupirei: sarebbe uno scoop. Vedremmo la morte in diretta infinite volte, da tutte le posizioni come una lezione di kamasutra. Le gambe inquadrate dalla telecamera della Factory di Andy Wharol trasportano il corpo di un uomo corpulento che lega il cane al guinzaglio al muro entra parla in francese ha una Goluoise bianca gli penzola dalla bocca i baristi cinesi distratti lo ascoltano a braccia conserte sul bancone chiede un Pernot. Si guardano stupiti non sanno che cosa sia un Pernot. Da attore consumato il francese corpulento estrae dalla tasca per i due a bocca aperta una bottiglia di Pernot, sorride mi guarda: ho il nome sulla punta della lingua di sto tipo  l'ho visto in fotografia è  Jaques Prevèrt. L'aeroplano a motore di nome Pippo sorvola la zona della ferrovia una volta sulle nostre teste lancia distribuisce volantini. Jaques Prèvert esce dal bar col la bottiglia di Pernot in mano guarda in alto il volo della cicogna in ferro lo svolazzare dei volantini ne raccatta qualcuno rientra in bar assorto nella lettura. Col volto interdetto mi mostra il volantino dove non compare nessuna scritta. Ian Curtis cresciuto in una suburbia, smaliziato, con una moneta di alluminio magnesio delle 10 lire Italiane dove compaiono le due spighe di grano dall'altro lato l'aratro, gratta sul volantino, dove compare un messaggio un ologramma della Musa. Il cane legato al guinzaglio è un Jack Russel dal temperamento dinamico quando vede la gatta rossa di dove lavoro, la Mimina che salta sul davanzale per addentare la colomba, si divincola col collare inerte strisciante a terra la rincorre abbaiando con decisione. La colomba vola per tempo evita di diventare pasto per la Mimina, non le rimane che addentare la mano bonsai nel vaso il quale sente i denti aguzzi affondare nel legno lancia un urlo che atterrisce. Il Jack Russell fugge nell'angolo si lega il guinzaglio all'anella, la Mimina scompare. Leggo il messaggio ologramma della Musa, Ian Curtis si allontana senza chiedere di tradurlo. Emily non chiede, capisce. T.S.Eliot è disinteressato gioca alla slot machine Jaques Prèvert mi recita una sua poesia di amore. Qui est là / Personne / C'est simplement mon coeur qui bat /Qui bat très fort / A cause de toi / Mais dehors / La petite main de bronzesur la porte de bois / Ne bouge pas /Ne remue pas / Ne remue pas seulemente le petit bout du doigt. ( Chi è / Nessuno / E' solo il mio cuore che batte / Che batte forte forte / Per te / Ma fuori / La manina di bronzo sulla porta di legno / Non si muove / Non si agita / Non muove nemmeno la punta del dito ) Annuisco: lo so bene. Rodolfo miagola, fuori dalla vetrina mi ha individuato, cerca la porta di entrata, s'infila tra le gambe dei tavoli, di quelle umane, salta sulla sedia fa le fusa si accocola tra le gambe. Gene Hackman e Ava Gardner si siedono a tavolino al freddo lei indossa maglia gonna scuri in tinta, una pelliccia di volpe due orecchini d'oro ai lobi, Gene Hackman ha pantaloni di lana, giacca da caccia di tweed e cravatta di seta smeraldo un cappello con la piuma. Ava Gardner mi saluta Gene Hackman mi sorride il cane un kurzhaar, mi fa le feste mentre mi avvicino, è la Nori. Gene Hackman è mio nonno Ava Gadner mia nonna si toglie gli occhiali, rimuove con perizia l'occhio di vetro lo pulisce come una lente appannata l'infila di nuovo nell'incavo mi chiama Nìgò, il soprannome che usava quando ero bambino. L'ultima volta che li vidi a tavolino insieme, eravamo al lago di Lucerna negli anni 70: ordinammo un gelato, ce lo servirono in un bicchiere con un biscotto infilato di traverso. Del bicchiere ricordo tre petali in vetro, il gelato stucchevole come tutti i supermercati dove mia nonna amava andare. Li, la sua immaginazione, correva ragazza / donna superava panorami di misera guerra, la curiosità soddisfatta, il desiderio di stupirsi su tutti i prodotti, come ci si stupisce d'amore nelle fiabe, oltre ad essere novità da poter acquistare.  Mia nonna aveva una qualità, rendeva tutto il mondo che la circondava effervescente. Aveva avuto in dono assieme a mio nonno l'incanto della consuetudine. I boschi che circondavano la cittadina in cui vivevamo, le vetture che scorrevano sulle strade moderne di allora, l'architettura dei ponti simile al viso dei contadini del luogo, la ferrovia scorrevole dai locomotori pesanti, la neve che appesantisce le fatiche fisiche e allevia il senso mortale della vita, la luna magica illusione, il cielo stellato infinito corpo mistico in ognuno di noi; la magia di allora che è perduta, la incontro solo nelle poesie, mentre allora tutto risultava magicamente plastico vivo dentro e fuori, le persone seppur serie, ieratiche, brillavano. I miei nonni scompaiono, Rodolfo acciambellato non più sulla sedia ma sul termosifone dorme sereno quando torno. Il bar pare uno scheletro di cose senza nessuna anima, Emily ha lasciato il suo bicchiere di Daiquiri sul tavolo vicino alla tazzina di caffè, pago il conto me ne vado.        
         


                         

lunedì 23 gennaio 2017

quattrocentonovantaquattro




 - Gloria Swanson -


La tipa siede col tipo dal volto rurale, profuma di stucchevole, ha un accento volgare che non irrita, indossa stivaletti provocanti, conversa con fare risoluto da chi nella testa ha un pensiero la volta. E lo indirizza senza tanti fronzoli al tipo rurale che ha fronte: fare modesto, d'intelletto sagace su cose ovvie, opera pia nella gestualità, mondano senza strafare, di poche parole. Pseudo-vigile alle parole che giungono dal reale dal tipo rurale, la tipa legge messaggi al telefonino che le illuminano il volto coperto dalla penombra. Bevo il mio gin tonic: gin Bombay ha un gusto più rotondo, meno secco del Gordon. Il barman a volte me lo fa pagare 4 euro altre 6, dipende a che ora ci vado. Con la cannuccia nera mescolo il ghiaccio nel bicchiere, il tintinnio del vetro mi ricorda la battuta di John Lennon alla platea in teatro quando invitò a battere tutti le mani: quelli delle prime file potevano far tintinnare i gioielli. Le due ragazze poco più in là si amano si parlano lei mascolina giovane si alza dalla sedia si avvicina alla compagna amica, la bacia appassionatamente, si risiede, si rimette a dialogare ad alta voce da chi è abituato a dialogare nei locali dove la musica è ad alto volume. Lei mi dà le spalle, ascolta lo sfogo dell'altra lei, che in due battute si rasserena, si guardano intensamente dicendosi, amore, cara, ti amo, si ribaciano, abbondano di effusioni, si danno la mano, escono per fumare. Il mio gin tonic continua a tintinnare mentre mescolo il ghiaccio cerco la fettina di limone.  La tipa guarda il telefonino abbozza un discorso col tipo rurale: ...gli emigranti non è giustificabile che l'Italia... eccetera eccetera, il tipo rurale le spiega che 20 anni prima non era così. La discussione si perde tra le note di Living on the Edge di Marie. Bel & Grandmax. Laggiù la testa del barista apre il frigo a vetro osserva le etichette delle bottiglie. Un nord-africano alla moda con gli auricolari bianchi mi passa davanti, si ferma, assaggia gli stuzzichini al buffet. Il tipo dal volto rurale ha lo sguardo perso nel vuoto da animale malinconico, non ho idea di cosa possa pensare, oppure si ascolta; lei distoglie lo sguardo dal cellulare, guarda il tipo rurale senza dargli importanza col tono da emancipata, tipo : mentre sull'asse da stirare stira fazzoletti e mutande, gli dice che trova normale che una donna abbia amicizie maschili. Al rurale gli viene la tremarella nella voce, gli si gonfia il collo, la t-shirt sotto i pettorali con la scritta de puta madre spampana, irrigidisce esercita l'auto-controllo, laconico le dice " io non ho amiche ! " lei gli dice che lei si, ha amici, stentorea gli chiede" ...non sarai mica geloso... ? ".  Il rischio del litigio viene meno, lui si distrae sul fondo schiena di una delle ragazze tornata da fuori dopo aver fumato la sigaretta. La proprietaria del fondo schiena somiglia a Gloria Swanson in piccolo. Minuta come l'altra ragazza che assomiglia anch'essa ad un'attrice d'un film muto, più mascolina di Gloria Swanson. Si avvicinano con passione si baciano come nel bacio di Robert Doisneau; al rurale che le osserva pensando a cosa rispondere gli si ingentilisce il volto guarda la sua tipa profumata, come si guarda la donna da un certo momento in poi. Le due innamorate si sciolgono dal bacio, si siedono, si ribaciano, si parlano all'orecchio, si distanziano, di nuovo si guardano carne e amore, la ragazza dice " io sono una ragazza insoddisfatta " guarda Gloria Swanson che le risponde, muove le mani, si libera alla luce un minuscolo tatuaggio, le unghie vermiglio brillano, le mani bianche diafane bellissime. " C'avresti un bel coraggio !" si sente dire da lui col volto rurale più intenso e scavato di sofferenza gli torna su un rimasuglio della discussione di qualche minuto prima " c'avresti un bel coraggio ! " la ragazza col cellulare in mano con prudenza femminile non risponde. Il tipo dal volto rurale insiste per portarla all'angolo della discussione. Nel silenzio che intercorre tra loro ordina una birra. La ragazza continua a messaggiare al telefonino, riprende la situazione in mano con calma gli sfiora idealmente i testicoli accarezzandolo tenta d'ingentilirlo come si fa con i tori. Gloria Swanson bacia al collo la ragazza che ama, paiono disinteressate da tutto tranne che amarsi, la ragazza risponde toccandole i seni, si alzano, s'illumina il cellulare, Gloria Swanson risponde ricomponendosi nella voce, raccoglie la borsetta, la sciarpa, entrambe s'indirizzano verso l'uscita. Salgono in macchina se ne vanno. 
               

quattrocentonovanatrè



Willy de Ville 


Il tipo ha un capo spalla marron da cow boy delle montagne rocciose, di quelli che s'indossano in una tormenta di neve; ha lo sguardo di chi osserva un avamposto dove finalmente riuscirà a bere qualcosa di caldo nella tazza che stringe tra le mani, da un samovar tolto dalla piastra sulla stufa. Entra dalla porta vetro, si avvicina al bancone del bar come se entrasse in un saloon prima d'una carneficina pulp. I risvolti ricciuti del montone maniche / collo evidenti, i capelli sono spettinati da pianista geniale: forse lo è, mai disperare l'eccezionalità: pepite nella grotta dell'ovvio. Tatuato ovunque tranne il viso ricorda vagamente uno dei tre moschettieri di Dumas, perlomeno lo evoca ( privo di piglio ironico sotto i baffi ) ma non ha il phisique du role da spadaccino del Re. Ricorda piuttosto Willy de Ville dei Mink de Ville calza un paio di vaqueros da messicano, da chi vive in un ranch a El Paso nel Texas, oppure evoca la vacanza nella regione della Camargue a sud della Francia nella cittadina di Saint Marie de la Mère, dove vivono gli zingari e le fameliche zanzare estive che atterrano sulla cute per succhiarti il sangue, tranne quando soffia il vento. Pare si sia studiato il copione comportamentale da divo di provincia prima entrare, tra noi zotici incolti. Guarda il barista con l'espressione psicopatica, con due mosse pseudo-nobili da salotto kith disprezza il luogo da mensa popolare, si rivolge al banco il barman risponde " và là". Deve avergli detto una cazzata fuori misura per avergli risposto va là. Mi aspetto che dietro l'attore compaia la macchina da presa, il regista, l'aiuto regista, compagnia bella. E' vita vera.  E io sono in prima fila non ho pagato il biglietto solo la consumazione: il gin tonic fatto col Tanqueray Ten, se esageri ti dà l'impulso di far l'amore con chiunque pensando sia normale, rinveni scopri che hai fatto l'amore con uno gnomo con la parrucca da prima donna, ti sei intrattenuto filosoficamente con un paio di baldracche polacche con le pieghe dell'infelicità negli occhi, parlato con un rinsecchito di sinistra che chiede attenzione per i suoi castelli svaniti nell'aria: di fronte a questa infelicità ordini l'ennesimo gin tonic col Tanqueray Ten. Non per fare il moralista, ma quello che voglio dire è che il gin tonic è un circolo vizioso, il cane che si morde la coda. In ogni caso al barista che gli dice va là, distratto dal Samsung Galaxy a 3, Mink de Ville appena vede che solleva il capo per dirgli un altro va là, gli dice che: ha tre appartamenti a Milano, è una sorta di manager, uno scienziato, un ingegniere di Google, stilista per grandi aziende, desiger di prototipi, il barista non riesce ad abbassare la testa e continuare col pippiripì / pippiripì del giochino stordito dalla rapidità dell'eloquio, un po' interessa sapere di tutto questo lusso che deborda dalle parole, ma ne farebbe anche senza resta ipnotizzato qualche istante di troppo; Mink De Ville attento al canovaccio ipnotizzato / distratto, le dice più fragorose, alza la voce, sente l'effetto cinematografico della voce che risuona roboante tra la plebe seduta come me, nelle quotidianità dei fatti propri beve qualcosa, parla sottovoce, gusta qualche stuzzichino, ma non può fare a meno di farsi anche gli affari di Mink de Ville che straparla, strabeve, stramangia, rigorosamento tutto col prefisso stra; si spazzola con la mano le briciole sulla camicia, si concentra di nuovo nella recita dell'uomo di successo per la platea di noi avventori sfigati. Il barista occupato con il giochino pippirippipì / pirippippì del Samsung Galaxy a 3 che lo fa disperare si fa scappare un porco qua / un porco là in cinese. Mink de Ville esperto in relazioni del cazzo nonostante il disinteresse del barista a starlo a sentire, non molla la presa: è uno stoico liberista di se stesso nel mercato libero da cazzaro. Ne ha talmente tante da dire che s'incolla al banco con la postura di chi non si fa intimidire dal silenzio, dalla vergogna, dal fuori luogo, beve una birretta ad alta voce, si guarda attorno, sguardo inornato da ratto, attacca la sinfonia madre di tutte le battaglie: snocciola gusti, le feste cui partecipa, le donne che conosce, le vetture che ha guidato, i vestiti che indossa, le cene, i locali che frequenta, donne con cui ha fatto l'amore, personaggi con cui ha confidenza culo / mutanda, un personaggio famoso con cui ha pranzato c'è un selfie che li ritrae insieme, l'ha incontrato ad un Mc Donald poi hanno mangiato parlando di affari, gli aperitivi, ecc. si spettina nervoso come a mangiarsi le unghie si riavvia la chioma dal klezmorim, senza conoscere una nota di violino nè di soul nè di musica etnica dei balcani tantomeno è ebreo askenazita, solo un super uomo del nostro tempo decadente. Un po' di tutto, niente di originale, un patch work culturale, talmente abituato a mostrasi che ignora se stesso, si identifica nelle riviste di tendenza, un po' più approfonditamente nelle trame dei film, poi su quello che è il suo proscenio da cui vede dall'alto in basso gli occasionali spettatori della sua esistenza mi scorge. Con un taccuino aperto sul tavolo, una penna tra le dita, indosso la maschera Anonymous di Guy Fawkes.  

lunedì 19 dicembre 2016

quattrocentonovantadue


 - Il reading di poesia -


Gli occhi tiroidei del barista salutano la poetessa etiope. La cuoca dal viso giovane brava nel fare i buffet per l'aperitivo li osserva nella sua camicia di voil, svolazza alzandosi afferra al banco una birra si rimette seduta con loro. I due tipi seduti al tavolo assorti nella partita di scacchi sono seguiti dal metronomo: l'ago oscilla nel tic tac. La cuoca osserva nel labiale un concetto che espone la poetessa etiope al barista con gli occhi tiroidei. Il tipo occulto entra al bar col fare occulto le mani in tasca si guarda attorno incrocia lo sguardo del barista minore gli dice in labiale " affè ò rappa " ( caffè con grappa ) osserva i due assorti dalla partita concentrati alla mossa sucessiva non gliene importa nulla di chi viene di chi và. La poetessa etiope sotto il riflettore degli occhi belli della cuoca spiega nel dettaglio al barista dagli occhi tiroidei che la serata ha intenzione di impostarla in quel modo. Il tipo occulto paga il caffè corretto grappa al barista minore, siede nell'angolo per leggere il giornale in santa pace, si toglie il giaccone lo appoggia sulla sedia. Il barista con gli occhi tiroidei si alza dal tavolino prende il borderò dietro il banco del bar, dice due parole al barista minore, torna, si risiede con la cuoca dal viso ovale la poetessa etiope. La cuoca e la poetessa parlottano per un po' ridono per qualcosa di buffo che il barista dice. Alcuni avventori dietro di loro sono divertiti dalle risate delle ragazze. Cheguevara col pipullo da arci gay dietroo la nuca, guarda con l'espressione antica di Robert Michum quello del film " La morte scorre sul fiume " con tatuate sulle dita della mano nell'una love nell'altra hate, dove interpreta il prete che vuole redimere la vedova, la uccide spingendola con la vettura nel fiume. La scena di lei in fondo al fiume con la capigliatura smossa dalle acque delle correnti profonde è strepitosa, simile per intensità a quella di Sogni, film del regista Kurosawa dove il vecchio con la barba bianca indossa la tunica bianca altrettanto bianca col viso stravolto ( mi ricorda Mosè o Gesù dopo aver incontrato il Padre )  scende correndo dal crinale montuoso. Immagini che nel mio mondo hanno un impatto eterno, cmq dov'ero rimasto ? che le ragazze ridono e Cheguevara col pipullo arcy gay le osserva compiaciuto. I due arabi laggiù discutono animatamente dei loro guai. La cuoca abbassa il volume della musica da Calvin Harris la programmazione è passata alla techno house tunz, tunz, tunz che ricorda offcine meccaniche della zona industriale. La partita di scacchi è terminata, in due mosse la Regina ha fatto scacco matto; con mosse rapidamente pensate uno dei due giocatori l'accompagnata con soddisfatta ilarità davanti al Re dell'altro, il quale silenzioso si è lasciato andare ad un borbottio con la Madonna; alzatisi allacciandosi il giubbotto i due in dialetto stretto tra battute moderate escono dalla porta. Il tipo occulto continua a leggere il giornale nell'angolo meno rumoroso. Cheguevara col pipullo da arci gay non c'è più, al suo posto al bancone del bar ci sono tre tipi di mezz'età dal viso anonimo. Il barista con gli occhi tiroidei torna dietro il banco del bar prende il computer portatile. La tipa con la cuffia ghepardata i capelli tinti di biondo viene avvicinata da un tipo dal passo poco rassicurante testa pelata barbudos occhiali a specchio giubbotto da motociclista e dal fare grossolano. La poetessa etiope apre la borsetta, la cuoca guarda il cellulare, il barista con gli occhi tiroidei muove il joistick. La tipa con la cuffia gheopardata bacia il tipo barbudos, si stacca briaca guardandolo negli occhi dicendogli ho voglia, beve il drink, mentre il barbudos eccitato come un somaro da monta la stringe al sè le dice una sporcaccionata all'orecchio, lei compiaciuta ride come fosse nuda. Il tipo legge il giornale: l'articolo dev'essere interessante se non è disturbato, i due arabi sul tavolino hanno accumulato una discarica di bottiglie, almeno una ventina di Heineken, quello più agitato ora ha le braccia conserte dorme, la prende comoda la chiusura del locale è all'alba, c'è tempo per la penichella dopo sbronza. L'altro straparla al telefono con uno che è strafatto come lui, bisogna dire che sia così, se nessuno dei due riattacca, continua a gesticolare in estasi come se pregasse alla Mecca o dopo un goal. Al bar gli avventori attendono il barista minore che sta shekerando un drink. Il matto del paese si posiziona la birra all'angolo del tavolino; la osserva ipnotizzato come fosse la Madonna con una lacrima che le scende dal viso, nel frattemmpo si strappa idealmente un biglietto per la sonnolenza, che lo fa piegare ad occhi semichiusi da una parte mantenendo la prospettiva sulla bottiglia non perdendola di vista; beve dal bicchiere, lo riappoggia si chiude in sè a braccia conserte come ascoltasse ribadisse ad un interlocutore in silenzio di fronte a sè. Issia Fussia Sarissia pavido parvenù, scarpe lucide, look nobile, cuore ignobile, l'espressione da subalterno, vive la superbia del filosofo neo liberista lavora sul massimo disimpegno per se stesso, il massimo impegno per gli altri, che nobilita quando sono utili al lavoro, una sorta di genio con lampi d'imbecillità, sfrutta coloro con cui ha relazioni: entra al bar. Incede tronfio edonista reganiano degli anni 80 cui è rimasto legato per mediocrità: vede gentaglia, pensa che l'immigrazione sia miseria ma anche opportunità, straccioni che se li fai lavorare li paghi una cotica ti dicono grazie, l'inconveniente è: se non li paghi ti puoi ritrovare con le budella in mano e onestamente non è bello nè da immaginare nè da vedere. Con l'espressione di chi soffre di stipsi compra un biglietto gratta e vinci aderente alla sua realtà dove il motto gratta e vinci gli ricorda che è una virtù. Raschia lo getta da perfetto pavido parvenù esce con l'espressione della labbra esangui. Un colpo di tosse il tipo all'angolo chiude il giornale guarda la porta vetri dietro al parvenù uscito; con lo sguardo cerca la toilette. La cuoca col viso regolare, si alza va al buffet, la poetessa la segue, sul piatto di plastica sorridono mentre scelgono gli stuzzichini, la poetessa torna al tavolo si versa il te nella tazza. Il barista con gli occhi tiroidei chiude il computer portatile si alza, la cuoca gli si siede di fianco, tutto dovrebbe essere a posto, l'accordo è stipulato il reading di poesia si fa, non prima di essersi rassicurati dicendosi " se c'è qualcosa ci aggiorniamo ".           

domenica 18 dicembre 2016

quattrocentonovant'uno



 - Mano de Dios -

A volte mi capita d'incontrare al bar di tendenza super eroi dalla postura compassata formale, donne vogue di fuori vaghe dentro, cannibali del relax, alle pause ai party sui tramezzini ci si buttano a pesce morto che puzza dalla testa ai piedi, altre, con l'espressione sussiegosa conosco tua sorella / tua fratella, col piglio pusillanime appiccicato al volto, col cervello swich off, quello da resettare praterie di sciocchezze, con spessori morali da contaballe, chi l'orecchio abbassato da fedele cortigiano, altri aprono il Suv col telecomando da decine di metri in stile narcos, figuranti d'autore per film psichiatrici di terzo ordine, jet set tra il 5 / 6 da piccola città di provincia, altri con garbo da punk gesuiti col cane nell'abitino trandy entrano al bar, divi locali con le penne da pavone a spigolo vivo, divi di provincia lustri come le mele al mercato, ed è certo, è sicuro, assodato se uno viene al bar di tendenza non ci trova mica gente col cordone da francescano che gli penzola dalla cintola, nemmeno col rosario tra i coglioni che ciondola tra un passo e l'altro, ci trova gente splendente brillante sin stucchevole che dà un senso prezioso e di decoro alla propria esistenza sul piatto dell'immortalità, in ogni caso genia piacevole cordiale che conversa con l'intensità dell'aria fritta le pieghe sviluppate di decubito nei gomiti, cristi senza fede, donne dispendiose, altere, ristrutturate d'insana pianta, oppure illetterati del genere colto dallo specchio servile vivono magie da circolo borioso; mentre sto seduto sullo sgabello design Bahaus, bevo birra lager come bevono gli hooligans prima di entrare allo stadio con i pensieri rivolti alla vittoria dei loro colori sociali. Viceversa ho pensieri di altra natura. Lieto con l'aureola che mi rincuora circola sulla testa a forma di giostra su cui la bambina con la gonna afferra il cavalluccio per il collo e mi sorride, o un'immagine più intima che mi riscalda il cuore: nuda si alza dal letto si dirige in cucina cerca qualcosa di sfizioso lo mastica tra occhi lingua respirandolo dal naso. A tavolino sedutomi di fronte, l'amico creativo non omologato al sistema: il pesce grande mangia il pesce piccolo, mi allieta l'umore narrandomi di famiglie nobili, aristocratici come fossero calciatori, superiori, inferiori, geniali, di classe, portatori d'acqua, brocchi, strateghi, leziosi, figli sciagurati, senza talento, super eroi con la puzza negli abiti come i Pakistani. Mi parla di arazzi fiamminghi, di stole, pettegolezzi, di chi fa l'amore con chi, altre volte della grandezza dell'arte, della piccolezza di tutti noi, mentre parla, interpreto parole, gesti, sino a percepirmi esternamente: mi giudico. Troppo di tutto, poco di tutto, mi correggo nell'essenziale. Del mio amico delirante con ipotesi d'equilibrio misurato rimango sempre incantato. Mi fa pensare che nella realtà si può dire tutto, di tutti; le parole nel corso dell'uso hanno acquistato una loro indipendente corporeità: del mio silenzio si potrebbe dire che non è altro che un delirio a spazi smisurati. Sarei capace di dimostrarlo. Altre volte m'ignoro, poi un'idea cestinata mi ricompare universale: il duello è vincente, con truppe della certezza la nebulizzo al nascere. Altre volte fuori da ogni concetto, con le piume mi deposito su miriadi di cose altrettanto volatili, per ricomparire in tutta la mia forza convinto di poter dire l'ultima parola da umano. Bevevo lager col mio amico sedutomi di fronte a tavolino, mi alzai pagai il conto. All'uscita voci brusii del locale si allontanavano, camminando inghiottito nel silenzio della natura dormiente, alberi, vetture, semafori lampeggianti, percepii al buio la scintilla d'amore nella mano de Dios, la quale mi raccolse rendendomi invulnerabile in carne ed ossa.  


* Precisazione su quello che ho scritto:


" Donne vogue di fuori, vaghe dentro " è una battuta umoristica in una striscia del fumetto Andy Capp disegnato da Reg Smithe.
 

Tempo addietro conversavo piacevolmente col mio amico dalle capacità utili / entusiasmanti, come un sacerdote laico in camera caritatis mi si avvicina confessandomi: << non hai idea di quanta gente sia fuori di testa, Dio mio, li ascolto e non so mai che faccia fare !? >>. Sebbene il mio amico dalle capacità utili/ entusiasmanti non sia quello del racconto, mi è venuta l'idea di scrivere qualcosa di pungente a tema. Niente di personale nei confronti d'una categoria di uomini e donne, semplicemente un palcoscenico di attori casuali da descrivere in  toni satirici / fumettistici.

Satira: dal latino satura lanx. Vassoio di primizie in offerta agli Dei. Genere caratterizzato dalla critica alla politica e alla società.
    







domenica 4 dicembre 2016

quattrocentonovanta


 - Va mo là -


La rezdora parla accalorata dei regali di Natale. Gesticola con fare repentino, non li vuole. Preferisce farseli da sè se ne ha bisogno, i regali son fatti per piacere se non le piacciono non li vuole. Al marito fisso alla videata del cellulare senza pudore gli ricorda, non rimproverandolo che lui: non spolvera, non lava, non stira, non sa fare da mangiare. Rivolgendosi all'amica, le dice che l'ultima volta che le ha fatto un regalo ha speso un sacco di soldi per delle rose. " Roba da fare ? Era inverno, dove le metti le rose ? al freddo ? due giorni, i boccioli sono cotti, durano poco in tutti i casi, dove le metti muoiono ". Il marito col volto da natica smagrita tende le labbra nel sorriso, la litania lo diverte; la rezdora humor aggiunge di non ridere, ridendo. L'amica chiede se stò povero marito non ha delle qualità. La rezdora elegantemente risponde che il marito l'unica qualità che ha, è nella firma; non pare nemmeno sua. Ride della battuta si stempera chiede all'amica se suo marito che non dice niente e le è di fianco, è vivo o morto. Silenzio. Poi ridono di nuovo, parlottano dei foulard che hanno al collo; li hanno comprati in sconto allo stesso negozio all'angolo " un vero affare no ? " La rezdora houmor riprende le redini in mano. La tavolata di amici non la sta più a sentire. Alza il volume della voce, annuncia che a pranzo cucinerà il cotechino col purè e fagioli. Alle figlie distratte anch'esse dal telefono aggiunge che diversamente se il pranzo non è di loro gradimento " andate poi a mangiare al ristorante, va mo là ".  

sabato 19 novembre 2016

quattrocent'ottantanove



E' legge fisica: ciò che è nella testa, può sempre essere scalzato dal cuore