martedì 6 ottobre 2015

quattrocentoquarantadue

 - lago d'Idro -

Le canoe sull'acqua remano in antitesi al tuono in quota. Le alghe ondulandosi sott'acqua racimolano grazie a filamenti ghiacciati: acconciature che declamano gli occhi in apnea. I fari illuminano i rospi sulla strada; mi dico: l'odore palustre mi accende i sensi, raggiungerò la meta. Da qui la chiesa, è chiave antica infilata in vetta. Dabbasso la criniera bianca è una pavoncella d'acqua inghiottita nella semiluna dell'ansa. Al triangolo del mio occhio individuo il pontile che noiosamente sta lì, riceve il cullare dell'onda sospinta da un fremito. I rintocchi della campana sul dorso dell'aria liberano il suono tracciante s'infiamma. Lassù in simbiosi a cime innevate il volo a spirale del rapace dal candido capo è legge: col rostro segue il solito e crudele spartito.   

domenica 13 settembre 2015

quattrocentoquarant'uno


- La Musa dopo la festa -

Quando ogni occhio è rapito dal vivo spento nel buio, la schiena della piazza si sfodera nuda non più sotto le suole di chi dorme nel proprio letto satollo di gioia rumori remoti per la festa che termina; ciascuno s'intrufola nella mescola dei sogni levigati ai desideri col guanciale all'orecchio steso, la realtà si consuma brucia dispiega i sensi deboli, deambulano nell'onirico. La città dorme; lei allegra spontanea bacia lui nella solitudine del centro; poco avanti il vecchio cane al guinzaglio annusa l'umidità all'angolo dove la folata si ripropone natura davanti alla Cattedrale dell'Assunta imbastita per magia, da centinaia di tubi che le reggono la veste: spilli rilucenti al sole che sorge; la solidità della torre dell'Uccelliera davanti al castello stolido imperituro; l'uccello dei venti, rugginoso presiede in cima la torre; le lancette dell'orologio determinano le poche cose che a quest'ora si muovono in centro piazza; qualche bar con la luce accesa: laggiù una figura. A quest'ora che non è notte non è aurora, mi avvicino alla figura seduta sulla panchina: un giovane uomo. Le gambe accavallate da gran dama aristocratica, indossa una gonna color carminio, le zeppe bianche, stringhe slacciate, la parrucca è bionda; guarda davanti a sè e suggerisce in chi la vede, certezza ingenuità: nonostante abbia il viso mascolino naso regolare vigoroso; a certe angolazioni ricorda un giovane efebo, altre un transessuale frustrato, ad altre ha la dolcezza dell'animo per l'amore, ad altre fragile donna dagli occhi intensi nella fissità di un luogo onirico tradita dalla stanchezza; ad altre è palpabile la noia per la festa conclusa; qualcosa di inquietante lo contraddistingue nonostante la posa femminile possa essere indolente come una sirena stracca fuori dall'acqua: ed è la sicurezza che le muse folli portano nell'amore, l'odio; intervengono modificano il destino per volontà degli Dei. La musa è abbracciata al silenzio della piazza si piega lateralmente sul giaciglio. La panchina a liste di ferro la sorregge a braccia conserte sino all'aurora quando la sua figura sarà svanita davanti ai miei occhi. Ambasciator non porta pena.           

giovedì 20 agosto 2015

quattrocentoquaranta


 - Veliki Otok -  ( Slovenia )


 Il campanile eretto svetta circondato dalle lapidi. La donna in penombra annaffia i fiori di una tomba, posa l'innaffiatoio, sorride esce dal cancello. Oltre il muro di cinta vi sono alcuni piccoli campi coltivati, dai colori spenti. Alcune case dalle finestre illuminate sono abbarbicate alle rocce, il giardino si apre su strade scoscese su cui non ci sono passi che le percorrono. Il silenzio del campo santo si deposita sereno sul panorama e nelle mani di colori che usciti tramonteranno. Il fascino della vita entra nel regno dei morti. Il vecchio mi saluta mentre passo è con la figlia in piedi sulla ghiaia bianca; la ragazza accudisce il proprio figliolo con un gioco in mano. La giovane madre mi guarda senza vedermi, presa dall'attenzione per suo figlio e dalle parole che indirizza al padre. A passo energico con il volto all'insù ammiro la guglia del campanile. Lo zaino in spalla fà di me uno straniero. Gli occhi della ragazza mi ignorano. L'uomo mi vede entrare nel campo santo, mostra interesse e curiosità verso la lapide davanti cui mi fermo. Penso allo: stato delle anime; titolo di un romanzo che non ho mai letto. Lo comprai per poter amare profondamente la Sardegna. Ne lessi altri; tutti con una sorta di metafisica barocca l'onirico nella vita con presenze nei luoghi. Una magia ti segue, non avvicinandoti. Mi chiedo cosa mi distacca dal provare amore per questa terra, la Sardegna nonostante i romanzi che ho letto, abbiano qualcosa che li caratterizzi fortemente. Ogni scrittore porta con sé una porta chiusa sul tragico il demoniaco il sacro. Mi concentro sui nomi femminili sulle loro vite che non ho conosciuto di cui non so nulla: Marija; Franciska; Ivanka; Ana; Iva; Amaljia. Un concerto secco di sassolini calpestati mi accompagna mentre mi muovo da una tomba a un'altra. Guardo il cielo striato di rosso rosa sullo scuro per l'ultima volta il campo santo. Do un'occhiata mi volto cerco il vecchio con la ragazza per dar loro un saluto: non ci sono più. Il cancello è sempre aperto, lo varco ridiscendo lungo la strada silenziosa. Il gatto s'intrufola tra cespugli sfiorato dall'auto che sfrecciava a velocità sulla strada, si acquatta sul campo odoroso fresco di poesie non scritte. Dietro l'albero distante pochi metri, due occhi lucidi di un'altro felino sbucano dalla fitta penombra. Acquattato tranquillo sorveglia il panorama davanti a sé. Al buio di buona lena passavo con lo zaino in spalla davanti alla sua visuale, come corpo ignoto che si muove non nuoce se si allontana.       

sabato 15 agosto 2015

quattrocentotrentanove


- Il lusso -

Contiene proprietà anestetiche. Rinsecchisce ogni ideale umano, rende le persone intelligentemente ebbre, spiritosamente imbecilli a crescite esponenziali.

venerdì 7 agosto 2015

quattrocentotrent'otto


 - il figlio del padre -

Nonostante fosse trascorso del tempo, tutto si fosse spento: nel volto del figlio traspariva l'alone di numerose colpe. Volontà che avevano animato la consuetudine di padre e madre. Essi avevano guastato pensieri colmi di frutti, nessun merito che si potesse festeggiare, rotolavano senza respiro dai pendii dell'amore presunto. Sebbene ammaccati non lo avrebbero mai ammesso. Recitavano se stessi nel rovescio delle colpe imbastivano argomenti che si sarebbero scagliati come frecce incendiarie nel corpo dell'altro. Privi di natura umana, si disprezzavano lapidandosi contumelie. Erano impressionati dall'infelicità raggiunta, forse suggestionati dalla felicità altrui, appropriatasi della consuetudine che per loro era stata devastante. Convintamente utopici uscivano dal fallimento rantolando vivacemente inerti a code di rettile. Corpi senz'anima. Il figlio crebbe in quell'alone controverso indossando l'abito più misterioso e candido di una vergine.

mercoledì 5 agosto 2015

quattrocentotrentasette



 - il califfo - ( porno )

per l'eroe da palcoscenico il tèt à tèt è un adagio cinematografico zoomato sull'autentico: no cogito ergo sum; il nocciolo della questione un incastro di bene male fulgido inno alla gioia sulla goccia che non trabocca da nessun vaso, gola a picco sul destino di un'esasperazione; l'arte maniacale sfacciata figurata nel binario sull'orgasmo morto per la recita non si è distanti da semplici dittatori da operetta.

martedì 4 agosto 2015

quattrocentotrentasei


- orgia -  ( porno )

tutto tranne l'amore poichè è lume illecito nella grotta, esule nella bolgia. La lingua frenetica dannata forte su corpi a caso, il sudore cade gocciante in vortici noiosi per sentimenti bradi. Siamo fatti per non amarci, chincaglieria d'amore pudore non ha proscenio, nè indossa la sventura dell'anima. Come animali il nostro lucore acceso non brilla se interrotto dal significato. Del resto nessuno dice alcunchè di articolato: un battere ossessivo di carne sulla carne. Disquisire in ogni forma onomatopeica è nel gioco. Applaudo ai sensi, la sudditanza un'ammasso di carne senza periplo nè ricami.